20 Marzo 2026
/ 20.03.2026

Energia, ora Bruxelles spinge di più sulle rinnovabili

Crisi o transizione? Il bivio europeo. Il commissario europeo all’Energia Jørgensen: “Non è un problema di forniture”. E sull’Ets non si cambia rotta

L’Europa è ancora dentro una crisi energetica, e la domanda oggi è: si tratta di un’emergenza da tamponare o di una transizione da accelerare? Secondo il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen, la risposta è chiara. Non siamo più nel 2022, quando il rischio era restare senza gas. Oggi il sistema tiene, le forniture sono diversificate. Il problema è il prezzo dell’energia, che resta esposto alle tensioni globali.

Un passaggio chiave, spiegato parlando a diversi media europei tra cui il Corriere della Sera, che sposta il baricentro del dibattito: non più sicurezza, ma struttura del mercato.

Prezzi alti: il nodo dei combustibili fossili

Dietro le bollette elevate c’è una realtà semplice: l’Europa continua a dipendere dai combustibili fossili importati. E finché sarà così, resterà vulnerabile. Le tensioni internazionali, come quelle legate alla crisi in Medio Oriente, lo stanno dimostrando ancora una volta. A salire sono benzina, diesel, carburanti per aerei: il prezzo globale sale e trascina tutto con sé.

È qui che si gioca la partita vera. Per ridurre questa esposizione non servono interventi tampone ma un cambiamento del sistema.

Più rinnovabili, meno volatilità

La strategia della Commissione va esattamente in questa direzione. Più energia prodotta in Europa, soprattutto da fonti rinnovabili, significa meno dipendenza e maggiore stabilità dei prezzi. È una scelta economica e geopolitica.

Accanto a questo, Bruxelles punta a rafforzare strumenti che permettono di “sterilizzare” la volatilità: contratti a lungo termine, maggiore flessibilità negli aiuti di Stato, interventi sulle reti. Misure meno visibili, ma decisive per rendere il sistema più prevedibile. Anche la leva fiscale entra nel quadro, con l’invito agli Stati a ridurre il peso delle tasse sull’energia, anche se qui il terreno resta scivoloso.

Ets: il cuore della transizione

Il punto più sensibile resta il sistema europeo di scambio delle emissioni. L’Ets è sotto pressione, anche per l’impatto sui costi energetici, e alcuni governi chiedono una revisione radicale. La Commissione non intende cedere. Per Jørgensen, l’Ets non è il problema ma parte della soluzione: ha contribuito a ridurre il consumo di gas e a orientare gli investimenti industriali verso tecnologie più pulite. Smontarlo per abbassare i prezzi oggi rischierebbe di farli salire domani, perché aumenterebbe la dipendenza dai fossili. È qui che emerge con più chiarezza il conflitto tra logica di breve periodo e strategia di lungo termine.

In questo contesto, riemerge anche una tentazione: tornare alle forniture russe per calmierare i prezzi. Bruxelles la respinge senza esitazioni. Sarebbe, nelle parole del commissario, un errore strategico. Non solo per ragioni geopolitiche, ma perché significherebbe rientrare esattamente nel modello che ha reso l’Europa vulnerabile.

L’obiettivo resta quello di chiudere definitivamente con il petrolio russo entro il 2027. Una scelta che ha un costo nel breve periodo, ma che punta a ridurre i rischi nel lungo.

La transizione come unica via d’uscita

Il quadro che emerge è netto: la crisi energetica non si risolve rallentando la transizione, ma accelerandola. Più rinnovabili, più produzione interna, meno esposizione ai mercati globali. È una traiettoria che richiede investimenti e tempo, e che inevitabilmente crea tensioni politiche.

Ma l’alternativa è restare agganciati a un sistema instabile, dove ogni crisi internazionale si traduce automaticamente in una bolletta più alta. In fondo, la vera scelta davanti all’Europa è tutta qui: gestire l’emergenza o cambiare modello. E, almeno per ora, Bruxelles sembra aver deciso da che parte stare.

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