28 Febbraio 2026
/ 27.02.2026

Ex Ilva: stop all’area a caldo per proteggere la salute

Il Tribunale di Taranto ha ordinato la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, disponendo lo spegnimento di cokeria, altiforni e impianti più inquinanti. Una misura che arriva in nome della tutela della salute pubblica, dopo anni di battaglie civili, scientifiche e politiche

Una decisione giudiziaria che cambia paradigma in una delle vertenze ambientali e sanitarie più complesse d’Italia. Il Tribunale di Taranto ha ordinato la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, disponendo lo spegnimento di cokeria, altiforni e impianti più inquinanti. Una misura che arriva in nome della tutela della salute pubblica, dopo anni di battaglie civili, scientifiche e politiche su un sito che per decenni è stato sinonimo di impatto industriale e malattie respiratorie nella città pugliese.

Per comprendere la portata di questa pronuncia, bisogna considerare cosa significhi “area a caldo”: è il cuore siderurgico di uno stabilimento come l’Ilva, dove si trasformano minerale di ferro e carbone in ghisa e acciaio, attraverso processi altamente emissivi. Queste lavorazioni producono un complesso mix di polveri sottili, ossidi di zolfo e azoto, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti e diossine, tutti elementi che studi epidemiologici associato a maggior rischio di tumori, malattie cardiovascolari e problematiche pediatriche.

L’impatto sanitario

La misura del tribunale si inserisce in un quadro di crescente pressione delle comunità scientifiche e sanitarie su una questione che ha segnato intere generazioni a Taranto. Numerose ricerche epidemiologiche avevano mostrato un eccesso di mortalità per malattie respiratorie e neoplastiche nelle popolazioni residenti nei pressi dell’area industriale rispetto alle medie nazionali. Parallelamente, il deposito di inquinanti nell’aria e nel suolo aveva sollevato preoccupazioni anche per la salute dei lavoratori e dei cittadini più esposti.

La decisione del giudice, quindi, va letta come una risposta forte a questi allarmi: quando l’equilibrio tra produzione economica e salute pubblica si spezza, la bilancia si deve spostare dalla parte delle persone. Spegnere l’area a caldo significa interrompere quelle fasi produttive che legano emissioni dirette a effetti sanitari documentati, pur sapendo che la transizione richiede tempi e alternative.

Non è una rinuncia all’industria, ma uno spartiacque. Negli anni, il modello di Ilva è stato al centro di contenziosi, piani di risanamento, commissariamenti e accordi multilaterali tra Stato, enti locali, imprese e sindacati. Ogni tentativo di conciliare competitività e compatibilità ambientale si è finora scontrato con la dura realtà di emissioni difficili da ridurre senza profonde riconversioni tecnologiche. Questo provvedimento segna quindi una cesura rispetto all’idea che sia possibile proseguire con gli stessi impianti e gli stessi ritmi produttivi del passato.

L’appoggio delle associazioni ambientaliste

La reazione politica e sociale è stata immediata e diversificata. Le associazioni ambientaliste hanno accolto con favore la decisione, definendola una vittoria storica per la giustizia ambientale. Per molti cittadini di Taranto, da tempo impegnati in comitati e iniziative, è la conferma che la salute non può essere unobiettivo secondario. Al contrario, per alcune rappresentanze industriali e sindacali, la chiusura dell’area a caldo apre preoccupanti scenari di incertezza occupazionale che richiedono risposte strutturali da parte dello Stato.

Il cuore della questione resta dunque duplice: da un lato c’è la necessità di ripensare la siderurgia italiana in chiave più sostenibile, con tecnologie meno impattanti e investimenti in economia circolare; dall’altro c’è il bisogno urgente di programmi di sviluppo che non lascino indietro i lavoratori e le loro famiglie. Questa doppia transizione – ambientale e sociale – è la vera sfida che emerge dalla sentenza.

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