2 Marzo 2024
Milano, 9°

Ambiente, Economia, Moda

Fast fashion, sedi a Boston, ma tutto parte da Shanghai

Consumo eccessivo di abiti, ordinati talvolta per il tempo di scattare una foto e usati pochissimo. Negli ultimi tre mesi Temu è stata la prima app di shopping per download negli Stati Uniti, in Australia e in Germania. Grazie alla complicità dell’Occidente, il mercato cinese vola a discapito dell’ambiente e delle persone.

Wow, non possiamo nascondere l’emozione di poter fare shopping a basso, anzi bassissimo costo! Se pensiamo ai prezzi del Quadrilatero della Moda e ai saldi che non sono più quelli di una volta, ci rendiamo conto che i siti dove i capi più fashion e stilosi costano una manciata di euro sembrano un sogno. Quegli inarrivabili jeans a palazzo che abbiamo ammirato sulle Vip più chic possono essere nostri senza intaccare il nostro stipendio. Uno sfizio che possiamo davvero concederci. Ma allora perché i vestiti su piattaforme come Shein e Temu costano così poco?
Perché i grandi distributori sono in grado di prendere le merci prodotte dalle proprie fabbriche in Cina e rivenderle direttamente al pubblico, senza intermediari (come fanno invece i grandi marchi) e abbattendo i costi.

Dietro a queste fabbriche dei sogni, però, si nasconde un inferno basato proprio sullo sfruttamento della manodopera. Prodotti fast fashion messi sotto accusa da numerose inchieste, iniziate sul canale britannico Channel 4 e che non tendono a placarsi; le linee di moda prodotte in modo così rapido ed economico tendono a sfruttare la catena di produzione, con l’unico scopo che i consumatori possano acquistarle a basso prezzo. Non sembra interessare a questi produttori l’impatto ambientale causato dai tessuti scartati, dall’acqua che serve a produrne così tanti e l’inquinamento atmosferico causato dalla somma tra il trasporto globale e l’utilizzo di macchinari pesanti, che genera emissioni di diossido di carbonio. Consumo eccessivo di abiti, ordinati talvolta per il tempo di scattare una foto e usati pochissimo. A che serve, allora, la qualità del capo di abbigliamento se non sfruttato nel tempo? Nulla. E infatti metodi coloranti scadenti, fibre tessili di seconda scelta diventano d’obbligo per tenere a bada i costi.

Oltre a un impatto avverso sull’ambiente, il modello difettoso di business della fast fashion ha anche danneggiato i lavoranti della sua filiera. Così inizia a girare il termine “sweatshop”, ovvero la fabbrica nella quale gli operai spesso minorenni vengono sfruttati in orrende condizioni di salute e sicurezza, ovviamente sottopagati. Tanto che, in poco tempo, sono nati brand fortissimi come Shein e Temu, espansi celermente a livello globale. Indovinate dove si trova la sede per gli Stati Uniti di Temu? Ovviamente a Boston, anche se il tutto nasce da Shanghai e dalla Pdd Holdings, colosso dell’economia digitale cinese (che controlla anche Pinduoduo e che negli ultimi tempi ha segnato ricavi del 66% con un fatturato di 52,3 miliardi di yuan, 7,2 miliardi di dollari, nel secondo trimestre). Secondo la società di ricerche di mercato Sensor Tower, negli ultimi tre mesi Temu è stata la prima app di shopping per download negli Stati Uniti, in Australia e in Germania. Attenzione anche ai potenziali rischi legati alla sicurezza e alla privacy. Sono stati deputati e dirigenti occidentali che hanno avvisato che la regolamentazione sulla sicurezza nazionale cinese potrebbe consentire a Pechino di accedere ai dati degli utenti.

Perché continuiamo allora a comprare su questi siti? Per via dell’inflazione e della necessità, spesso immediata, di oggetti e abbigliamento a poco prezzo; un occhio al portafoglio oggi per molti resta più importante del futuro di ambiente e lavoro domani, questo merita un’altra ulteriore riflessione.

 

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