12 Febbraio 2026
/ 12.02.2026

Gli alberi di 3000 anni cadono tra le fiamme della Patagonia

Il cambiamento climatico ha triplicato la probabilità delle condizioni meteorologiche che hanno scatenato i devastanti incendi in Cile e Argentina

Gennaio 2026 passerà alla storia come il mese in cui alcune delle foreste più antiche del Pianeta sono finite in fumo. Mentre le fiamme divoravano migliaia di ettari lungo le pendici andine tra Cile e Argentina, nel Parco Nazionale Los Alerces ardevano alberi capaci di vivere oltre tremila anni. Gli Alerce, cipressi della Patagonia tra gli organismi più longevi della Terra, rappresentano testimoni viventi di millenni di storia naturale. Ora il loro futuro appare sempre più incerto.

Uno studio condotto da World Weather Attribution ha quantificato per la prima volta il ruolo del riscaldamento globale in questa catastrofe: le condizioni meteorologiche che hanno alimentato gli incendi sono diventate tre volte più probabili in Cile e due volte e mezzo in Argentina rispetto a un mondo preindustriale. Le temperature sono aumentate di 1,3 gradi Celsius, le precipitazioni stagionali sono diminuite del 25% in Cile e del 20% in Patagonia. Il risultato: una polveriera pronta a esplodere.

Quando la siccità incontra il fuoco

Gli incendi sono scoppiati il 16 gennaio in Cile, nelle regioni di Biobío e Ñuble, per poi diffondersi verso La Araucanía e Maule. Temperature superiori ai 38 gradi, venti fino a 50 chilometri orari e mesi di siccità hanno trasformato le foreste in materiale combustibile. Le fiamme hanno viaggiato così rapidamente che si sono formate nubi pirocumuli sopra alcune aree — nubi generate dal calore estremo dell’incendio stesso — segnale dell’intensità eccezionale dell’evento. Il bilancio ufficiale cileno conta 23 morti, oltre mille abitazioni distrutte e 52 mila persone evacuate. Fino al 23 gennaio erano bruciati 64 mila ettari.

In Argentina la situazione non è stata migliore. Gli incendi, inizialmente innescati da un fulmine a inizio gennaio nella provincia di Chubut, si sono riaccesi con violenza il 27 gennaio, espandendosi attraverso le valli boscose e i distretti lacustri vicino a Cholila, El Hoyo, El Bolsón. La città di Esquel ha registrato 11 giorni consecutivi di temperature massime, la seconda ondata di calore più lunga in 65 anni. El Bolsón ha toccato i 38,4 gradi, record assoluto per gennaio. Al 2 febbraio oltre 45mila ettari erano andati in fumo, con almeno tremila persone costrette alla fuga.

Il prezzo delle piantagioni

I ricercatori hanno individuato un fattore aggravante: le piantagioni monoculturali di pino radiata. Questi alberi, altamente infiammabili, hanno sostituito la vegetazione autoctona più resistente al fuoco. La struttura uniforme delle piantagioni, la densità degli alberi e le caratteristiche della specie hanno creato corridoi perfetti per la propagazione delle fiamme. In Cile queste piantagioni si trovano spesso adiacenti agli insediamenti urbani, come già accaduto durante i devastanti incendi di Valparaiso del 2024.

“La rimozione tempestiva dei pini invasivi è fondamentale per prevenire l’aumento del rischio di incendi su scala paesaggistica”, sottolinea lo studio. Il problema non riguarda solo la gestione forestale: serve ripensare completamente la pianificazione territoriale nelle aree ad alto rischio.

Ecosistemi unici sotto assedio

La fauna selvatica sta pagando un tributo altissimo. Specie vulnerabili come l’huemul e il pudú perdono habitat critici che non esistono altrove. Il picchio nero della Patagonia rimane senza siti di nidificazione, mentre piante autoctone vedono bruciare i semi necessari alla loro riproduzione. Gli incendi stanno invadendo proprio il Parco Nazionale Los Alerces, patrimonio UNESCO dal 2017, dove crescono alcuni degli esemplari di Alerce più antichi al mondo.

Questi giganti vegetali hanno attraversato secoli di storia umana, crescendo lentamente in condizioni estreme. Ora rischiano di scomparire nel giro di poche settimane, vittime di un clima che cambia troppo rapidamente perché possano adattarsi.

Risposte divergenti

Il Cile ha aumentato del 110% il budget per la lotta agli incendi negli ultimi quattro anni, investendo in sistemi di previsione e attrezzature. La Croce Rossa cilena ha sviluppato un protocollo di intervento tempestivo basato sulle previsioni meteorologiche. Tuttavia, i ricercatori evidenziano che in Argentina i tagli al bilancio delle squadre antincendio e la deregolamentazione delle attività turistiche nei parchi nazionali potrebbero aver limitato la capacità di risposta. Il monitoraggio degli incendi si basa ancora su dati a bassa risoluzione e frequenza.

I modelli climatici concordano: le condizioni favorevoli agli incendi continueranno ad aumentare finché si bruceranno combustibili fossili. Le foreste della Patagonia, e con loro gli alberi millenari che custodiscono, potrebbero non avere molto tempo.

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