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Salute, Società, Spettacolo

“Godetevi il concerto e basta!”

20.06.2024

Compriamo il biglietto per il concerto che amiamo, poi iniziamo a guardarlo dal piccolo schermo puntando l’appendice tecnologica verso il palco. All’aperto e al chiuso, ovunque c’è spettacolo dal vivo si finisce vittime della sindrome dell’immagine immortalata, perdendo lo spettacolo per una manciata di “like”. Artisti e psicologi obbiettano.

Li abbiamo in tasca, ma quando si varca la soglia di un’arena o di qualsiasi altro spazio, scatta irrefrenabile la voglia di brandirli per catturare un frammento di realtà. All’aperto, al chiuso, durante una partita di calcio o, meglio ancora, ad un concerto di musica pop-rock, scatta la sindrome dell’immagine da immortalare, usufruendo di una speciale deroga da parte di 007: la licenza di fotografare il fotografabile. In quell’ attimo scatta la sindrome similpatologica che tende a cronicizzarsi. Lo smartphone, compagno irrinunciabile della nostra quotidianità, si trasforma in mezzo privilegiato per infrangere la barriera del possibile e fissare (novello Faust) l’attimo fuggente. Così il concerto rock, legato a suoni ed immagini, si trasforma in momento di vita “vera”, una sorta di rituale di rigenerazione, che trova humus fertile in una marea di persone appassionate a condividere le stesse emozioni.

Psicologi ed esperti s’interrogano sulle dinamiche di chi con il cellulare in mano tende (in)consapevolmente ad estraniarsi dal mondo, e puntando l’appendice tecnologica verso il palco inondato di luci e colori, non guarda più la realtà in maniera diretta, ma attraverso chi occhi (neutri, ma in realtà indiscreti) della videocamera. Tra lo spettatore e l’artista s’instaura un filtro e va in scena una sorta di rappresentazione teatrale estemporanea che “è la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile”, e dunque irriproducibile, come avrebbe sottolineato Antonin Artaud (di certo, non un rockettaro), con quella voglia inesausta, però, di cristallizzare un brandello di vita scritto sulla sabbia. Con il corredo di ipotesi pasoliniane sugli effetti della stessa tecnologia, causa ed insieme effetto di sviluppo ma non di progresso, sulla scia di una domanda inevasa: in che modo progredisce una civiltà che osserva la realtà, attraverso minuscoli schermi, riprodotta in qualità inferiore rispetto alle naturali capacità dei sensi umani? Possibile che si preferisca sgomitare sotto il palco o, peggio, a distanza, magari riprendendo teste e nuche e soltanto una porzione della scena di sovente in maniera sfocata e mossa, mentre l’artista paradossalmente diventa pedina di un surreale gioco a scacchi che bandisce il cardine della concentrazione? L’ipnosi collettiva da smartphone s’impossessa della folla di appassionati che riempie stadi e palazzetti, mentre monta la marea di telefoni alzati, con gravi disagi per chi è dietro e patisce la condizione di non avere un collo (allungato) alla Modigliani: la visuale si riduce e viene occupata quasi integralmente da braccia tese e centinaia di mini schermi illuminati, trasformando i cellulari in una presenza invadente, fastidiosa, tanto da disturbare gli stessi cantanti o le band  più alla moda. Depeche Mode, Alicia Keys, John Mayer, Guns’ N Roses e Jack White hanno imposto divieti ai loro concerti. Bjork: “godetevi il concerto e basta!”. Bob Dylan, obbliga i partecipanti a tenere il cellulare in un sacchetto sigillato perché «non stiamo al mondo per fare foto; è importante passare tempo insieme senza distrazioni». Ma a prevalere è l’irrefrenabile voglia di portare a casa foto e video che nessuno riguarderà o (meglio) condividere con amici e follower online gli eventi imperdibili sulle piattaforme YouTube, Facebook, Instagram e TikTok (perlopiù), perchè la cultura dei fandom, le comunità unite tra loro da una passione per raccogliere una manciata di like, supera ogni ostacolo. E, d’estate, i visori luminescenti hanno sostituito le lucciole. Altri tempi, quando, ondeggiando, si agitavano festosamente le braccia, e un fremito scuoteva giovani e non solo per godere della musica dei propri beniamini. Magari, sotto un cielo stellato.

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