24 Marzo 2026
/ 24.03.2026

Guerra in Iran, il conto ambientale sale

Emissioni, petrolio e un ambiente sotto assedio, in due settimane emesse 5 milioni di tonnellate di CO₂

In appena due settimane di guerra è stata stimata l’emissione di oltre 5 milioni di tonnellate di CO₂. È all’incirca – nota il Guardian – equivalente alle emissioni nello stesso periodo di un’economia di medie dimensioni, fortemente dipendente dai combustibili fossili, come il Kuwait. Ma è anche pari alla somma delle emissioni – sempre nello stesso periodo – degli 84 Paesi con le emissioni più basse.

A questo numero si arriva sommando diverse componenti. La distruzione di circa 20 mila edifici civili pesa da sola per circa 2,4 milioni di tonnellate di CO₂: cemento, acciaio e materiali da costruzione rilasciano carbonio quando vengono distrutti. Gli incendi di petrolio, innescati dagli attacchi ai depositi, aggiungono circa 1,9 milioni di tonnellate, mentre le operazioni militari – voli, mezzi, logistica – contribuiscono per oltre mezzo milione di tonnellate.

Per capire il peso di queste cifre, basta un confronto: il “budget di carbonio” globale residuo per restare entro 1,5 °C è ormai limitato. Eventi concentrati come una guerra consumano in pochi giorni una quota significativa di quel margine, che normalmente verrebbe distribuita su mesi o anni.

Teheran, laboratorio di una crisi dell’aria

Se il clima è la scala globale, Teheran è quella immediata. Gli attacchi a depositi di carburante e raffinerie hanno generato incendi durati giorni, con colonne di fumo visibili anche dallo spazio. La combustione di petrolio e derivati ha prodotto una miscela altamente tossica: particolato fine, ossidi di zolfo, composti organici volatili.

Gli effetti sono stati immediati: difficoltà respiratorie, irritazioni diffuse, mal di testa, un aumento dei ricoveri per problemi polmonari. Ma il problema è anche a lungo termine. L’esposizione a queste sostanze è associata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e tumori.

Un elemento particolarmente critico è la cosiddetta “pioggia nera”: le precipitazioni trascinano al suolo particelle di fuliggine e residui petroliferi, contaminando superfici urbane e, potenzialmente, anche il suolo. La conformazione geografica della capitale, circondata da rilievi, aggrava la situazione perché intrappola gli inquinanti e ne rallenta la dispersione.

Incidenti ambientali a catena

La guerra non colpisce un solo punto, ma un sistema. Nei primi giorni sono stati registrati oltre 200 episodi a rischio ambientale, tra attacchi a impianti energetici, infrastrutture e trasporti.

Il rischio più grande riguarda il mare. L’area del Golfo Persico è una delle più trafficate al mondo per il trasporto di petrolio: circa un quinto del greggio globale passa da lì. Un incidente su larga scala, come lo sversamento di una petroliera o il danneggiamento di un terminal, potrebbe contaminare centinaia o migliaia di chilometri di costa, con effetti devastanti su pesca ed ecosistemi.

Non è un’ipotesi teorica. La storia recente mostra che i conflitti in aree petrolifere possono generare disastri ambientali di portata enorme.

Una guerra fossile che amplifica la crisi

Questo conflitto ha una caratteristica precisa: si combatte anche – e soprattutto – sulle infrastrutture fossili. Raffinerie, giacimenti, oleodotti diventano obiettivi strategici. Il risultato è un doppio effetto. Da un lato si generano emissioni e inquinamento immediato; dall’altro si destabilizza il sistema energetico globale. Nei giorni successivi agli attacchi, il prezzo del petrolio ha registrato aumenti significativi, segno di una tensione che si propaga ben oltre l’area di guerra.

E ogni crisi energetica tende a rallentare la transizione: si cercano forniture alternative, spesso più costose e più inquinanti, e si rinviano investimenti strutturali nelle rinnovabili. Il punto più difficile da raccontare è anche il più importante: i danni non finiscono con la guerra. Gli inquinanti rilasciati – idrocarburi, metalli pesanti, composti chimici – possono restare nel suolo e nelle acque per anni, alterando ecosistemi e filiere alimentari.

In alcuni casi, le contaminazioni persistono per decenni. Colpiscono l’agricoltura, la qualità dell’acqua, la salute delle comunità locali. E sono difficili e costose da bonificare. Mentre il mondo prova a ridurre le emissioni con politiche sempre più complesse, una guerra può cancellare anni di progressi in poche settimane.

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