18 Febbraio 2026
/ 18.02.2026

“I cavalli sono amici. E gli amici non si mangiano”

Con questo slogan approda in Parlamento la riforma che punta a bloccare la macellazione e i maltrattamenti dei cavalli

“I cavalli sono amici. E gli amici non si mangiano”. Lo slogan è semplice, quasi disarmante, ma l’effetto politico è tutt’altro che leggero. Alla Camera approda la proposta di riforma che punta a riconoscere cavalli ed equidi come animali d’affezione, equiparandoli a cani e gatti. E dunque: stop alla macellazione, divieto di vendita e consumo delle carni, regole più stringenti contro sfruttamento e maltrattamenti, limiti all’impiego in spettacoli e manifestazioni non compatibili con la loro dignità.

Il testo base porta la firma di Michela Vittoria Brambilla di Noi Moderati, ma ci sono altre analoghe iniziative parlamentaridi Luana Zanella di Avs, di Stefania Cherchi del M5S, di Eleonora Evi, Patrizia Prestipino e Debora Serracchiani per il Pd: si va verso una proposta unificata. L’idea non nasce oggi: circola da oltre un decennio, ma ora trova uno spazio formale nel calendario dei lavori. Ed è qui che la questione esce dalla nicchia animalista per trasformarsi in un tema culturale, economico e identitario.

Il cuore della riforma è il cambio di prospettiva. I cavalli non più come animali da reddito, ma esseri senzienti e compagni di vita. Una ridefinizione che si richiama ai principi europei sul benessere animale e che avrebbe conseguenze concrete: niente macellazione né esportazione per fini alimentari, esclusione da sperimentazione e clonazione, progressivo superamento delle carrozze trainate da animali nei centri urbani. Resterebbero possibili impieghi come ippica e pet therapy, ma all’interno di una cornice più rigida: no al doping, no alle corse pericolose, sì a controlli e formazione certificata per chi lavora con i cavalli attraverso una sorta di “patente equina”.

È una rivoluzione culturale prima ancora che normativa. Perché cambiare lo status giuridico significa riscrivere il confine tra uso e tutela, tra tradizione e sensibilità contemporanea. Cambiando una situazione che vede ancora oggi, come si legge nella proposta Pd, “ogni anno 21.000 cavalli uccisi nei macelli italiani. Un numero che non considera tutti i cavalli che perdono la vita, in modo brutale e incontrollato, nella filiera del commercio clandestino”.

La proposta promette scintille soprattutto dove la carne equina è parte della cultura gastronomica locale. In molte regioni il cavallo è anche ingrediente di ricette identitarie anche se l’83% degli intervistati di una larga indagine Ipsos dichiara di non consumare carne di cavallo e il 73% di provare empatia per questo animale considerato al pari di cani e gatti. Il Parlamento si trova così davanti a un dilemma classico: fino a che punto una società può – o deve – rivedere le proprie abitudini in nome di un’evoluzione etica?

I promotori parlano di tempi maturi per un salto culturale. I critici replicano che vietare non equivale necessariamente a convincere. In mezzo, una larga maggioranza di cittadini che già oggi consuma mai o molto raramente carne di cavallo, segno di una trasformazione delle scelte alimentari già in essere.

C’è poi il capitolo economico. Allevamenti, filiere, occupazione: la riforma prevede percorsi di riconversione per le attività coinvolte, anche con sostegni pubblici. Ma le associazioni di categoria temono effetti a catena e chiedono tempo, risorse e certezze.

E tuttavia il vento in direzione di una maggiore attenzione al benessere animale. “Non intendo certo imporre le mie scelte alimentari attraverso proposte di legge, ma, ritengo che la politica abbia il compito di intercettare i bisogni di cambiamento e realizzarli”, spiega Eleonora Evi. “Rifugiarsi nel ‘si è sempre fatto così’ davanti alle ingiustizie non regge, non può reggere. Si è sempre fumato sugli aerei, posseduto schiavi, impiegato bambini nelle fabbriche, vietato il voto alle donne e molte altre ingiustizie medievali. Macellare cavalli per mangiarne la loro carne può essere una di quelle cose che possiamo decidere di lasciare senza rimorsi nel passato, come chiede la maggioranza degli italiani”.

Non è più solo una battaglia di minoranze sensibili, ma un tassello di quel mosaico che negli ultimi anni ha visto crescere norme e aspettative su diritti, tutela e responsabilità verso gli animali.Il dibattito non si ferma al piatto. Tocca lo sport, il folclore, la mobilità urbana. L’eventuale esclusione dei cavalli da alcune manifestazioni storiche o l’addio definitivo alle botticelle evocano scenari che intrecciano memoria collettiva e nuovi standard etici.

L’iter parlamentare sarà lungo e accidentato. Ma al di là dell’esito finale, la riforma ha già centrato un obiettivo: costringere il Paese a interrogarsi sul rapporto con gli animali, su ciò che consideriamo accettabile, su come cambiano le sensibilità nel tempo.

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