9 Aprile 2026
/ 9.04.2026

I glicini di Milano, la città che non sapeva di averli

Un giornalista li ha cercati per cinque anni, uno per uno, strada per strada. Ne ha trovati 653. E il censimento non è ancora finito

C’è una Milano che resiste all’efficienza. Non quella dei grattacieli di Porta Nuova, non quella delle startup e degli aperitivi alle diciotto, non quella che si misura in metri quadri e rendimenti annui. È una Milano più silenziosa, nascosta dentro i cortili dei palazzi Liberty di Porta Venezia, aggrappata ai cancelli dei villini di Città Studi, arrampicata sui muri scrostati della periferia nord. È la Milano dei glicini. E fino a qualche anno fa, nessuno sapeva davvero quanti fossero.

Adesso lo sa. Sono 653. Li ha contati tutti Paolo Mastromo, giornalista, dirigente, esperto di comunicazione e autore di una dozzina di libri. Ma soprattutto, da cinque anni a questa parte, cacciatore instancabile della più ammaliante tra le piante urbane. Non per mestiere. Per qualcosa che assomiglia a un’ossessione gentile, a quella categoria di passioni private che non cercano spiegazioni e non ammettono smettere.

Il primo anno della ricerca

Tutto è cominciato in ritardo, come spesso succede con le cose che cambiano la vita. Il primo anno Mastromo è partito tardi: quando ha iniziato la ricognizione, i glicini erano già in piena fioritura, e fotografarli in quella fase significa perdere l’occasione migliore, quella dei grappoli ancora turgidi, non ancora appassiti dall’avanzare della stagione. Un errore da principiante che non si è più ripetuto.

Dal secondo anno il metodo si è affinato. D’inverno si studia, soprattutto sulle mappe satellitari: i glicini si vedono benissimo dall’alto anche fuori stagione, grazie alla struttura ramificata che li rivela sui tetti e sulle facciate. In primavera si esce con la macchina fotografica, si pianificano i percorsi giorno per giorno, si razionalizzano i tragitti per non tornare due volte nello stesso quartiere. Ogni pianta trovata diventa una scheda: una foto, un indirizzo preciso, una localizzazione sulla mappa online del sito glicinimilano.it. Una ad una.

Il 2022 è stato un anno difficile: la fioritura è arrivata in anticipo, è stata modesta, e il repertorio — già avviato — sembrava non crescere abbastanza. Ma quell’anno ha anche riservato una sorpresa: molte piante nuove, impreviste, mai segnalate da nessuna fonte precedente. Dopo due stagioni il repertorio contava 160 esemplari. Ne sarebbero servite altre due per avvicinarsi alla cifra attuale. La ricognizione non si è fermata nemmeno nel 2025.

Un controllo a tappeto

Il risultato è oggi disponibile su glicinimilano.it: un sito che è insieme mappa del tesoro, guida sentimentale e documento urbanistico involontario. Ogni pianta censita ha il suo indirizzo verificato di persona: questa è una condizione che Mastromo si è imposto sin dall’inizio, per evitare al visitatore la delusione di percorrere mezza città per trovare un’informazione sbagliata. Nessun glicine nel repertorio è stato inserito per sentito dire o copiato da altre fonti: tutti visti, tutti fotografati, tutti localizzati direttamente dall’autore.

Mappa di Paolo Mastromo (GliciniMilano)

Il repertorio, precisa Mastromo sul sito, è di gran lunga il più ampio e completo mai realizzato per una città italiana: oltre sei volte qualsiasi altro censimento esistente, in libreria o in rete. Eppure lui stesso non ritiene di aver trovato tutti i glicini di Milano. La città è grande, i cortili privati sono molti, e ogni primavera riserva qualche nuova scoperta.

Una pianta che non passa inosservata

C’è una ragione per cui il glicine si presta così bene a questo tipo di impresa. È una pianta che non passa inosservata: quando fiorisce, lo fa con una forza visiva che non ha equivalenti nel verde urbano. I grappoli penduli, che possono superare il mezzo metro di lunghezza, producono una tonalità che a Milano ha quasi il carattere di un colore identitario. Mastromo la chiama “Viola Milano”: un violaceo chiarissimo che inclina verso il lilla, il malva, il lavanda, con una sfumatura grigia o polverosa che lo rende diverso da qualsiasi altro viola. Un colore che appartiene alla primavera milanese come i tigli appartengono all’estate di certe città tedesche.

E poi il glicine ha la caratteristica di occupare gli spazi in modo inaspettato. Non cresce nei parchi pubblici, dove sarebbe ovvio trovarlo. Cresce sui muri, attraverso i cancelli, lungo i cornicioni, dentro i cortili condominiali che si intravedono appena da un portone aperto. Cresce nel mezzo della città densa, dove non ti aspetti di trovare nulla che non sia asfalto e cemento. È lì che sorprende di più.

Un contenitore di sguardi

Quello che Mastromo ha costruito in questi cinque anni è qualcosa che va oltre la catalogazione botanica. glicinimilano.it funziona come un contenitore di sguardi: migliaia di volte al giorno, in questo periodo dell’anno, milanesi e turisti alzano gli occhi verso un glicine in fiore e poi cercano conferma, contesto, compagnia online. Il sito risponde con indirizzi, fotografie, storie minime. È una guida alla città costruita non intorno a ciò che la città esibisce, ma intorno a ciò che nasconde.

C’è qualcosa di deliberatamente controcorrente in questo progetto. Milano è una città che ama misurare, classificare, ottimizzare. Ma i glicini non si ottimizzano: fioriscono quando vogliono, per quanto vogliono, e poi se ne vanno per un anno intero. Non si possono programmare, non si possono scalare, non producono nulla se non quella manciata di settimane in cui trasformano un palazzo ordinario in qualcosa di difficile da descrivere senza sembrare esagerati.

Forse è proprio per questo che qualcuno ha sentito il bisogno di fermarli, almeno in fotografia. Prima che la stagione finisca. Prima che si dimentichi, di nuovo, dove erano.

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