23 Maggio 2024
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Cronaca, Esteri

I lunedì neri di Trump

13.04.2024

Aprile crudele per i progetti presidenziali di Donald Trump. Questo lunedì tocca a New York indagare sui fondi alla pornostar Stomy Daniels, il prossimo a Washington per l’assalto alla sede del  Congresso il 6 gennaio 2021. Si pongono molti punti interrogativi su entrambi i processi. Le analisi.

Due lunedì, due aule, due giudizi: il 15 aprile si apre a New York il processo per i fondi neri alla pornostar Stormy Daniels, mentre il 22 a Washington la Corte Suprema discuterà dei limiti dell’immunità presidenziale. Per Donald Trump aprile potrebbe davvero essere «il più crudele dei mesi», secondo il celebre verso di T.S. Eliot. Nella migliore delle ipotesi, l’ex presidente dovrebbe difendersi solo nel processo statale; nella peggiore, nel giro di qualche mese potrebbe trovarsi condannato su due fronti, con conseguenze pesanti sulla sua corsa alla Casa Bianca.


I due lunedì avranno in comune solo il protagonista: diversi gli avvocati, diversi i fatti, diverse le fasi processuali. Dopo una lunga fase di schermaglie preliminari, nelle quali Trump e i suoi avvocati hanno tentato in ogni modo di rinviare il dibattimento, il processo di New York entrerà subito nel vivo con la scelta della giuria. L’udienza di Washington servirà solamente a decidere se un presidente possa essere processato per fatti compiuti durante il proprio mandato – in altre parole, se il procuratore speciale Jack Smith potrà chiamare Trump a rispondere dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
Dei due processi, Trump sembra temere di più quello di New York. Si tratta, infatti, di un processo statale, le cui condanne non sono soggette a grazia da parte del Presidente federale. Neanche la vittoria repubblicana potrebbe insomma cancellare l’eventuale giudizio di colpevolezza. Proprio per questo, nell’ultima settimana ha sollevato ogni possibile eccezione, per ottenere il trasferimento del processo ad altra sede, l’astensione del giudice Merchan, accusato di parzialità per la militanza democratica della figlia. Tutto inutile: benché una delle istanze respinte sia ancora appellabile, il 15 inizierà la selezione della giuria popolare che dovrà poi decidere se l’imputato è innocente o colpevole.
A Washington Trump ha molto meno da temere. Innanzitutto, perché sei dei nove giudici chiamati a interpretare la costituzione sono di stretta fede repubblicana e hanno già risolto in suo favore diversi altri casi, compreso quello sulla sua candidabilità. In secondo luogo, perché procedibilità non è sinonimo di condanna. Infine, perché non è detto che l’eventuale processo penale inizi e si concluda prima del voto di novembre.
In entrambi i lunedì, si vedranno moltissime domande. A New York, per escludere questo o quel giurato sulla base di un vero o presunto pregiudizio, non importa se a favore o contro. A Washington, per chiedere ad accusa, difesa e quelle che si potrebbero definire parti civili di chiarire i punti sollevati nelle memorie scritte già depositate, che gli assistenti dei giudici stanno già analizzando per trarne le domande per lo spettacolare botta e risposta con gli avvocati. Il loro tenore darà già una prima indicazione del giudizio finale.

Se la Corte Suprema dovesse dar ragione a Trump, resterebbero comunque in piedi il processo statale in Georgia per la tentata manipolazione del voto e quello federale in Florida per la mancata riconsegna dei documenti ufficiali. In questo senso, il processo a New York sembra essere solo il primo atto di una commedia che vedremo recitare molto spesso nei prossimi mesi.

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