C’è una Roma che tutti conoscono: monumentale, affollata, eterna. E poi ce n’è un’altra che quasi nessuno vede. È la Roma dell’acqua, fatta di rive, fossi e terreni allagati, che per secoli hanno nutrito la città e oggi resistono stretti tra tangenziali e palazzine. Ma, nonostante questa pesante impronta antropica, la città nasconde ancora oggi numerose zone umide minori, spazi marginali che si configurano come veri e propri avamposti di natura selvatica e di insospettabile resilienza.
Le zone umide, che includono paludi, stagni, laghetti, anse fluviali e aree soggette ad allagamenti stagionali, sono ecosistemi preziosissimi caratterizzati dalla presenza, costante o periodica, di acqua dolce o salmastra. E il loro ruolo è vitale e insostituibile per la salute dell’intero pianeta, in quanto costituiscono habitat fondamentali per numerosissimi specie e offrono rifugio e nutrimento ad anfibi, insetti, uccelli acquatici, pesci e piccoli mammiferi.
Inoltre, oltre ad essere culle di biodiversità, queste aree agiscono come potentissime spugne naturali: durante i sempre più frequenti eventi di pioggia estrema assorbono l’acqua in eccesso, mitigando il rischio di alluvioni e piene, per poi rilasciarla gradualmente durante i periodi di siccità.
Proprio per accendere i riflettori su questo inestimabile patrimonio invisibile, il WWF Roma e Area Metropolitana ha recentemente avviato un approfondito censimento delle zone umide capitoline. Lo scopo dell’iniziativa? Mappare e valorizzare non solo le grandi riserve già protette e note al grande pubblico, ma anche e soprattutto quei piccoli ecosistemi frammentati che, se messi in rete, formano una trama ecologica vitale per la tutela ambientale del territorio cittadino.
Grazie all’impegno di volontari, vengono condotti sopralluoghi sistematici per monitorare le caratteristiche morfologiche dei siti, la qualità delle acque e la presenza di flora e fauna, con una particolare attenzione a quegli animali minori, spesso trascurati dai monitoraggi ufficiali, che fungono da precisissimi bioindicatori per lo stato di salute generale di un habitat. Insomma, si tratta di dati che non si limitano soltanto a descrivere il dato di fatto, ma forniscono agli enti competenti uno strumento per orientare interventi futuri in ottica di sostenibilità e rinaturalizzazione.
L’ansa morta del Tevere: un patrimonio vivissimo
Uno degli esempi più affascinanti emerso da questo lavoro sul campo è la cosiddetta “ansa morta” del Tevere, nei pressi del Drizzagno di Spinaceto, nel quadrante sud della capitale. Un’area la cui genesi è profondamente legata alla storia ingegneristica della città: l’area nacque tra il 1938 e il 1940, quando il corso del fiume venne rettificato e accorciato di circa tre chilometri per ridurre il rischio di piene e preparare il terreno alla costruzione di un idroscalo che non vide mai la luce. Un taglio imponente, questo, che lasciò dietro di sé piccoli specchi d’acqua completamente isolati dal corso principale, oggi tagliati a metà dalle trafficate corsie del GRA e circondati da un mosaico frammentato di cambi da golf e agricoltura.
Proprio questa apparente marginalità urbana ha consentito lo sviluppo di un rifugio per la biodiversità: durante i monitoraggi, i volontari hanno potuto osservare una ricca comunità ornitologica con specie strettamente legate all’acqua, come l’alzavola e il cormorano, accanto a passeriformi come la cinciallegra e l’usignolo di fiume. Nelle pozze, inoltre, risuona il canto inconfondibile della rana verde, e le tracce dell’istrice confermano che l’area funge da riparo anche per mammiferi elusivi e di un certo peso. Dunque, un inequivocabile segno che l’habitat è ancora altamente funzionale.
Laghetto dell’EUR: zona a rischio
Uno scenario diverso e sotto molti punti di vista preoccupante è invece quello legato al Laghetto dell’EUR, uno dei corpi idraulici iconici e frequentati dai cittadini romani. Costruito tra la fine degli anni Trenta e gli anni Cinquanta come bacino ornamentale di compensazione idraulica del quartiere, questo lago artificiale non è collegato a un vero e proprio ecosistema fluviale; le sue acque, infatti, derivano principalmente da precipitazioni e dall’intercettazione della falda locale. Questa drammatica mancanza di ricambio idrico naturale, unita agli apporti controllati di nutrienti urbani, lo rende ecologicamente molto fragile.
Nello specifico, qui il censimento ha rivelato un ecosistema dominato da profondi squilibri biologici:l’avifauna visibile è composta quasi esclusivamente da specie opportuniste, come frotte di germani reali e gabbiani, ma ciò che allarma maggiormente gli esperti naturalisti è la totale e innaturale assenza di anfibi autoctoni, come i rospi o le rane, che in condizioni ecologiche favorevoli dovrebbero abbondare. Al loro posto, spadroneggia incontrastata la tartaruga dalle orecchie gialle, una specie nordamericana introdotta artificialmente nei nostri ecosistemi urbani a causa dell’abbandono irresponsabile di animali da compagnia.
Anche sotto la superficie piatta dell’acqua la situazione è critica, con una fauna ittica composta quasi interamente da pesci alieni, come i carassi, i pesci gatto e le gambusie. La proliferazione incontrollata di queste specie alloctone rappresenta oggi una delle minacce più devastanti per le zone umide, poiché entrano in competizione aggressiva con la fauna locale, monopolizzandone le risorse e alterando inesorabilmente i delicatissimi equilibri naturali degli specchi d’acqua chiusi.
Una Roma divisa
Dunque, il ritratto complessivo che emerge dall’indagine restituisce l’immagine di una Roma intimamente divisa tra una straordinaria resilienza della natura e una preoccupante fragilità ecologica. Da una parte luoghi dimenticati e apparentemente perduti che esplodono di vita; dall’altra specchi d’acqua curati ma biologicamente desertificati.Il destino di questi “polmoni blu” è incerto, spesso è necessario un drastico e immediato cambio di rotta.
