E così il “panda della spazzatura” è entrato in salotto. Non è solo una battuta: negli Stati Uniti i procioni (Procyon lotor), noti da noi come orsetti lavatori, stanno davvero compiendo un curioso salto evolutivo e culturale, passando dai bidoni dell’immondizia ai divani di casa. A raccontarlo è uno studio pubblicato su Frontiers in Zoology che osserva come la vita urbana stia cambiando non solo il comportamento ma perfino l’aspetto di questi animali.
Secondo i ricercatori, analizzando quasi 20.000 fotografie, i procioni che vivono in città mostrano una riduzione della lunghezza del muso rispetto ai loro “cugini” di campagna. Un dettaglio tutt’altro che banale: è lo stesso tipo di cambiamento morfologico che gli zoologi associano alle prime fasi della domesticazione di cani e gatti. In altre parole, la vicinanza costante agli esseri umani starebbe selezionando individui meno diffidenti, più tolleranti e – incidentalmente – più “carini” ai nostri occhi.

Il motore di questa trasformazione, spiegano gli autori, è la spazzatura. “I rifiuti sono davvero la molla”, racconta a Scientific American Raffaela Lesch, coautrice dello studio e ricercatrice all’Università dell’Arkansas. Ovunque ci siano esseri umani, c’è cibo facile, e la fauna selvatica lo sa bene. Ma per approfittarne serve un equilibrio sottile: abbastanza audacia da rovistare nei bidoni, non tanta da diventare una minaccia e finire scacciati (o peggio).
Qui entra in gioco quella che gli scienziati chiamano “attenuazione della risposta di fuga o lotta”: gli animali più calmi, meno aggressivi o paurosi, sono quelli che riescono a convivere meglio con noi. Nel lungo periodo, questa pressione selettiva può produrre il cosiddetto “fenotipo della sindrome da domesticazione”, un pacchetto di tratti che include facce più corte, cervelli leggermente più piccoli, variazioni nella pigmentazione e altri cambiamenti già noti negli animali domestici.
La storia dei procioni urbani è interessante anche perché ribalta una convinzione diffusa: la domesticazione non sarebbe sempre e solo un processo guidato dall’uomo. Al contrario, potrebbe iniziare spontaneamente, quando alcune specie si adattano all’ambiente umano e vengono “premiate” dalla selezione naturale. Solo in un secondo momento – se mai – l’uomo interviene in modo attivo.
Qualche curiosità aiuta a capire perché proprio i procioni siano così bravi in questo gioco di adattamento. Sono considerati tra i mammiferi più intelligenti del Nord America, dotati di zampe anteriori estremamente sensibili e quasi “manipolatrici”, capaci di aprire serrature semplici, contenitori e – come molti cittadini statunitensi sanno bene – bidoni dell’immondizia apparentemente a prova di animale. Studi di etologia hanno mostrato che possiedono una memoria notevole e abilità di problem solving paragonabili a quelle di alcuni primati.
Questo non significa, però, che siano animali domestici ideali. Negli Stati Uniti la loro presenza oscilla ancora tra due estremi: star dei social network e mascotte coccolose in alcuni quartieri, parassiti ostinati in altri. Inoltre, la convivenza stretta con la fauna selvatica comporta sempre rischi ecologici e sanitari, sia per gli animali sia per le persone.
La parabola del procione urbano resta comunque un ottimo esempio di quanto le nostre città siano ormai veri ecosistemi, capaci di influenzare l’evoluzione delle specie che le abitano. E forse, la prossima volta che sentiremo un rumore sospetto provenire dal bidone sotto casa, potremo chiederci se non stiamo assistendo – in diretta – a un nuovo capitolo della lunga storia della domesticazione.
