23 Marzo 2026
/ 23.03.2026

IEA: “Questa crisi energetica è uno shock senza precedenti”

La guerra in Medio Oriente, con il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, ha provocato un crollo delle forniture che supera l’effetto combinato delle due grandi crisi petrolifere del 1973 e del 1979 e della guerra in Ucraina. Fathi Birol: "È la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia"

I dati diffusi oggi dall’Agenzia internazionale dell’energia fotografano una situazione che fino a poche settimane fa sembrava impensabile: il sistema energetico globale è entrato in una crisi più grave di quella degli anni Settanta. La guerra in Iran, con il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz e i bombardamenti a tappeto sui depositi e le infrastrutture energetiche fossili in Medio Oriente, ha provocato un crollo delle forniture che supera, per dimensioni, l’effetto combinato delle due grandi crisi petrolifere del 1973 e del 1979 e della guerra in Ucraina. Anche perché, a differenza degli anni ’70, l’economia globale è oggi molto più interconnessa. Il rincaro dell’energia non colpisce solo i consumi finali, ma si propaga lungo tutta la filiera: fertilizzanti, industria chimica, alimentare. In altre parole, il rischio è sistemico.

Secondo le stime dell’IEA, il mondo sta perdendo oltre 11 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre anche il gas registra una contrazione massiccia. Un doppio shock che colpisce contemporaneamente due pilastri del sistema energetico globale. Per il direttore esecutivo dell’Agenzia, Fatih Birol, siamo di fronte “alla più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia”.

Hormuz, il collo di bottiglia del Pianeta

Il punto critico è lo Stretto di Hormuz. Da qui passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas liquefatto. Oggi il traffico è quasi fermo, con petroliere bloccate e rotte alternative insufficienti a compensare il vuoto.Non è solo una crisi di produzione, ma una crisi di sistema. Il commercio energetico globale si basa su pochi snodi strategici e Hormuz è il più importante. Quando si ferma, si ferma tutto. E infatti i mercati hanno reagito immediatamente, con il petrolio tornato sopra i 100 dollari al barile e una forte volatilità sui mercati finanziari.

L’effetto più immediato è quello sui prezzi, ma il vero rischio è la reazione a catena che una crisi di questo tipo innesca. Carburanti più costosi significano trasporti più cari, produzione industriale sotto pressione e aumento generalizzato dei prezzi. Il fantasma evocato è la stagflazione, cioè crescita debole e inflazione elevata.

Di fronte a uno shock di queste dimensioni, gli Stati membri della International Energy Agency (l’organizzazione che coordina le politiche energetiche dei Paesi industrializzati) hanno reagito con una mossa senza precedenti: il rilascio di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche. È la più grande operazione di questo tipo mai realizzata, pensata per immettere rapidamente petrolio sul mercato e attenuare la pressione sui prezzi. Ma l’Agenzia avverte: le scorte possono tamponare la crisi, non risolverla. Sono uno strumento di emergenza, utile nel breve periodo ma incapace di compensare una crisi prolungata.

Per questo l’IEA insiste anche sul lato della domanda. Ridurre i consumi diventa una leva fondamentale. E il report individua un pacchetto di dieci misure immediate: ridurre i limiti di velocità sulle autostrade; promuovere lo smart working dove possibile; introdurre giornate senza auto nelle città; favorire il trasporto pubblico e renderlo più accessibile; incentivare car sharing e car pooling; alternare l’uso dell’auto privata (es. targhe alterne); promuovere una guida più efficiente (eco-driving); ridurre i viaggi aerei quando esistono alternative; sostituire i voli brevi con il trasporto ferroviario; migliorare l’efficienza nella logistica e nei trasporti merci.

Una crisi più complessa di quelle del passato

Sono misure già viste in passato, in un contesto di emergenza, che riguardano soprattutto il trasporto, cioè il settore più in ritardo sulla transizione energetica. Possono risolvere una parte del problema, ma il cuore della soluzione è nel cambio di modello, nel passaggio da un sistema produttivo e di servizi fondato sui combustibili fossili e sull’economia lineare a un sistema basato sulle fonti rinnovabili, sullo storage, sulle reti intelligenti e sull’economia circolare.

Il passaggio al nuovo modello è stato però frenato dalle resistenze della vecchia organizzazione. Così il mondo si trova ad affrontare questa nuova crisi in una fase di transizione energetica incompleta: le rinnovabili crescono, ma non abbastanza velocemente. Negli ultimi anni la crescita delle rinnovabili è stata rapida, ma non ancora sufficiente a ridurre in modo strutturale la dipendenza globale dai combustibili fossili. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2023 e 2024 sono stati installati volumi record di nuova capacità, con oltre 500 gigawatt aggiunti in un solo anno. Tuttavia, per rispettare gli obiettivi climatici e rafforzare la sicurezza energetica, la stessa IEA indica come necessario triplicare la capacità rinnovabile entro il 2030.

Il paradosso è che le alternative non solo esistono, ma sono ormai sempre più convenienti. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), oltre il 90% della nuova capacità elettrica installata nel mondo viene dalle fonti rinnovabili perché sono più economiche. Il costo dell’energia da nuovi impianti solari, in particolare, è sceso drasticamente negli ultimi anni e in molti casi risulta tra il 40% e il 50% inferiore rispetto a carbone e gas. Anche l’eolico onshore segue una dinamica simile, confermandosi una delle tecnologie più competitive su larga scala.

Nonostante questo vantaggio economico ormai consolidato, la transizione procede a una velocità inferiore rispetto a quella indicata dagli scenari dell’IEA. E la crisi attuale lo rende evidente: se il sistema fosse già più elettrificato e basato su fonti rinnovabili diffuse, l’impatto di uno shock come il blocco dello Stretto di Hormuz sarebbe molto più contenuto. La scelta di un rallentamento della transizione energetica ci ha lasciato indifesi di fronte alle oscillazioni dei prezzi del petrolio, alle tensioni internazionali e all’instabilità dei mercati energetici. È questo il problema da rimuovere per sfuggire al ricatto energetico.

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