16 Luglio 2024
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Lavoro, Società

Il ceto medio, come sta?

Il 66,6% degli italiani è convinto che le generazioni passate vivevano meglio. Tutta quella categoria rappresentativa dell’Italia del dopoguerra, fiera di essere stata pilastro portante dell’economia per lungo tempo, vive oggi una fase di declassamento privo di prospettiva. Numeri con analisi.

Il ceto medio, dal dopoguerra in avanti, è stato la spina dorsale dell’economia italiana, ma oggi rischia se non proprio di scomparire, quantomeno di diventare sempre più irrilevante. Da anni i redditi della maggioranza dei lavoratori sono immobili, ma il costo della vita è esploso: questo porta a percepire un senso di instabilità e a vedere nel futuro lo spettro del declassamento.
Con la dicitura “ceto medio” si intendono tutte le persone che dispongono di un reddito lordo equivalente compreso tra il 70% e il 150% del reddito lordo equivalente mediano dell’anno osservato. Sono coloro, cioè, che si collocano a metà tra le possibilità economiche dei grandi industriali, magnati della finanza, aristocratici e grandi proprietari terrieri, e chi svolge lavori meno qualificati e retribuiti. Fanno parte della categoria, ad esempio, i piccoli e medi imprenditori, i commercianti, gli artigiani, gli impiegati, i liberi professionisti, i militari.
Il rapporto CIDA-Censis “Il valore del ceto medio per l’economia e la società”, presentato il 20 maggio, ha raccontato lo stato di salute, cattivo, in cui si trova questa fascia della società. Oggi il 60,5% degli italiani si percepisce parte del ceto medio. Più che una condizione reddituale, si tratta di una valutazione della propria identità e del proprio status. Ma, a differenza del passato in cui questo era vissuto come un dato positivo, con la fiducia nell’essere parte di un movimento in ascesa, oggi prevalgono lo scoramento e la paura di un declassamento socioeconomico.
Il fenomeno dell’erosione del ceto medio non è certo una novità: è in atto da anni e sembra inarrestabile. Tuttavia, nell’ultimo periodo ha subito un’accelerazione importante. A farne le spese non sono state solo le fasce più basse della società, ma anche chi ha un reddito di più o meno 50mila euro annui, quelli cioè che hanno sempre trascinato consumi e investimenti. Salire la scala sociale sembra impossibile e addirittura il 48% delle persone pensa che sia più probabile scenderla. A ritenere inverosimile l’ascesa è il 74,7% di coloro che sentono di appartenere al ceto medio, il 79,5% del ceto popolare e il 68,3% del ceto abbiente.
Il fenomeno del ridimensionamento economico non riguarda solo l’Italia, ma tutti i Paesi più avanzati: dagli Usa a buona parte dell’Europa. Le cause sono da ricercare nella globalizzazione e nei cambiamenti tecnologici, che hanno spostato il fulcro della creazione di reddito verso le economie emergenti a discapito appunto dei Paesi avanzati, in cui sono diminuite occupazione, retribuzione e tutele. Ad esempio, nel ventennio dal 2001 al 2021 il reddito pro-capite delle famiglie italiane è sceso del 7,7%: è facile capire come si sia diffusa la sensazione di declassamento. Il 66,6% degli italiani (il 65,7% del ceto medio) è convinto che le generazioni passate vivevano meglio e il 76,1% (75,1% del ceto medio) ritiene che le generazioni future staranno peggio di quelle attuali. Insomma, per usare un modo di dire molto popolare: si stava meglio quando si stava peggio.

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