29 Maggio 2024
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Il Congo, ricco di “conflict minerals”

Un Paese che ha trasformato le proprie ricchezze in motivi di disgrazia. Otre a cobalto, petrolio, oro, argento e uranio, possiede un minerale radioattivo molto ricercato dall’industria informatica, che viene estratto, anche esso, a mani nude.

Si chiama coltan ed è una delle tante risorse del Congo insieme a cobalto, petrolio, oro, argento, uranio. Il suo nome deriva dalla contrazione di columbite e tantalite, due minerali che compongono questo materiale utile all’industria informatica per la produzione di telefoni cellulari, computer, telecamere, batterie e di molti altri apparecchi elettronici. Più alto è il tasso di tantalite più aumenta il suo valore, ecco perché quello congolese è particolarmente ricercato.

Secondo un’indagine condotta dall’International Peace Information Service (IPIS), nella zona Est del Congo sono presenti duemila siti di estrazione. Si stima che circa la metà di questi sia sotto il controllo di ribelli. Il Paese è lacerato da una guerra civile endemica. Contenendo una parte di uranio, il coltan è radioattivo, ma nel Paese africano viene estratto a mani nude. Si scava a venti, trenta metri di profondità, senza alcuna tutela per chi lavora. Anche i minori sono impiegati nell’attività estrattiva per via della facilità con la quale possono infilarsi nei cunicoli delle miniere, con il rischio che esse si trasformino in fosse di fango. È già accaduto l’11 Settembre 2020 a Kamituga. I minerali chiamati anche “conflict minerals”, fondamentali oggi per l’economia e oggetto di regolamentazione da parte dell’Unione Europea, possono essere utilizzati dalle milizie come fonti di autofinanziamento. Gli Stati Uniti hanno promulgato nel 2010 una legge che impone alle aziende quotate in Borsa di tracciarne la provenienza a garanzia della tutela dei diritti umani. Da circa vent’anni i rapporti Onu evidenziano che il commercio semilegale di coltan alimenta guerre civili che provocano morti per fame e malattie.

 

Nonostante la prosperità del sottosuolo, in Congo più della metà degli oltre novanta milioni di abitanti vive in condizioni di povertà assoluta. È evidente la mancanza di equilibrio tra consistenza delle ricchezze naturali e crescita economica e umana che ne conseguono, anche in altri Paesi come Zimbabwe, Repubblica Centrafricana, Colombia, Myanmar. Si tratta di una condizione paradossale di sottosviluppo. A dispetto dei vantaggi che l’abbondanza di materie prime del sottosuolo potrebbe apportare alla popolazione, il beneficio è molto ridotto. Nel 2016, il 56 per cento del cobalto totale proveniva dal Congo, ma solo 88 milioni di dollari sono entrati, in quell’anno, nelle casse dello Stato a seguito dell’attività estrattiva. Ciò, a fronte dei 2.600 milioni di dollari di introito generato dalle multinazionali. Per la Conferenza delle Nazioni Unite sull’economia e lo sviluppo, la quantità di denaro che lascia l’Africa ogni anno è pari alla somma degli investimenti diretti esteri e degli aiuti che arrivano nello stesso lasso di tempo nel continente.

Gli altri motivi dello squilibrio potrebbero derivare dal regime sconveniente di tassazione sull’estrazione e sul trasferimento estero dei minerali, dai flussi finanziari illeciti, dalle somme di denaro che finirebbero nei paradisi fiscali.

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