3 Aprile 2026
/ 3.04.2026

Il laboratorio che vuole salvare il caffè dalla crisi climatica

Tra le piantagioni di Campinas, in Brasile, i ricercatori trasferiscono geni da specie selvatiche alle varietà più diffuse

Ci sono file di piante che non assomigliano a nessuna piantagione brasiliana. Alcune sono basse, altre si sviluppano verso l’alto in modo anomalo, e ciascun gruppo ha una forma diversa dall’altro. È il campo sperimentale dell’Istituto di Agronomia di Campinas, nello stato di São Paulo, che custodisce 15 varietà di caffè rare, per lo più sconosciute ai consumatori, che potrebbero diventare la base genetica del caffè del futuro.

L’agronomo Oliveiro Guerreiro Filho le chiama “risorse”. Tra queste varietà ci sono la racemosa, la liberica e la stenophylla: nomi che non compaiono sui menu delle caffetterie, ma che nei laboratori della ricerca agronomica stanno diventando sempre più centrali.

Perché l’arabica è in pericolo

L’arabica – la specie che rappresenta la quota dominante del caffè mondiale – ha un problema strutturale che il cambiamento climatico sta rendendo urgente: una base genetica estremamente ristretta. Secoli di selezione per la qualità e la produttività l’hanno resa vulnerabile davanti a parassiti, funghi e siccità.

Secondo un rapporto di Rabobank pubblicato nell’aprile 2026, il 20% delle aree oggi destinate all’arabica a livello globale potrebbe diventare inadatto alla coltivazione entro il 2050. Il Brasile, primo produttore mondiale, è tra i Paesi più esposti. Le temperature medie aumentano, le piogge si fanno irregolari, e le stagioni che un tempo scandivano i ritmi agricoli diventano sempre meno prevedibili.

Rodolfo Oliveira, che dirige l’unità caffè dell’agenzia statale brasiliana per la ricerca Embrapa, spiega all’agenzia Reuters che: l’arabica è “altamente vulnerabile a parassiti, malattie e cambiamenti climatici” proprio perché il suo patrimonio genetico è stretto. L’unica via d’uscita, dice, è introdurre materiale genetico “selvatico” proveniente da specie meno diffuse ma più robuste.

Come si trasferisce la resistenza

Il lavoro dell’istituto di Campinas procede incrociando l’arabica con specie selvatiche, poi testare gli ibridi risultanti e selezionare quelli che mantengono le qualità della pianta madre aggiungendo la resistenza del “donatore”.

La racemosa, per esempio, sopporta meglio la siccità. La liberica tollera il caldo e ha una buona resistenza alle malattie. I risultati degli incroci già testati sono incoraggianti: un ibrido arabica-liberica si è dimostrato più resistente alla ruggine del caffè, un’infezione fungina che può devastare intere piantagioni; un ibrido arabica-racemosa si comporta meglio contro le larve della tignola del caffè.

Ma il processo è lento: produrre piantine ibride, esporle a condizioni difficili, selezionare le più robuste, ripetere i cicli su più generazioni di piante. Il tutto può richiedere tra i 20 e i 30 anni.

La liberica in Asia: un esperimento sul campo

Mentre in Brasile si lavora in laboratorio, in alcuni Paesi del Sud-est asiatico gli agricoltori hanno già iniziato a testare empiricamente le specie alternative. In Indonesia e Malesia, piccole parcelle di liberica sono state piantate per valutarne la resistenza alla siccità e al calore in condizioni reali.

Jason Liew, fondatore di My Liberia, una piantagione nello Stato malese di Johor, racconta che queste piante tollerano bene le temperature elevate e sono resistenti alle malattie. Una conferma che le specie selvatiche funzionano dove il clima diventa ostile.

Per i ricercatori brasiliani, queste testimonianze dal campo sono utili: confermano che le qualità che cercano di trasferire geneticamente all’arabica esistono davvero nelle specie donatrici, non sono solo ipotesi da laboratorio.

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