Se tutto scorre, πάντα ῥεῖ, citando Eraclito, oggi più prosaicamente possiamo aggiungere anche che tutto è connesso. Così non solo anfibi, mammiferi o uccelli che vivono nelle zone umide riescono a tutelarle, probabilmente meglio di noi, ma hanno un ruolo determinante nell’assicurare il proseguimento di alcune funzioni chiave come la depurazione delle acque o il contrasto alle inondazioni.
Stiamo spesso a ricordarci l’importanza delle zone umide per il nostro pianeta, ma alla teoria facciamo seguire poco o pochissimo la pratica e c’è ancora da fare parecchio per tutelare queste preziosissime aree. Menomale che a preservarle ci sono gli animali che le popolano. Proprio così. Il ruolo degli animali selvatici nel plasmare e preservare le zone umide è centrale. È quanto emerge dal report rilanciato dal Programma ambientale delle Nazioni Unite e firmato dal Global Rewilding Alliance.
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Lo studio evidenzia come gli animali – che si tratti di mammiferi o uccelli, pesci o rettili, anfibi ma anche invertebrati – siano in grado di modellare e proteggere gli ecosistemi delle zone umide in tutto il mondo. Basandosi su un’ampia revisione della letteratura e su casi di studio reali, il rapporto rivela come il declino delle specie chiave interrompa l’equilibrio ecologico e i “servizi” che questi ecosistemi garantiscono. Quali? Basta citarne alcuni per capire quanto tutto questo sia da prendere seriamente in considerazione: sequestro del carbonio; depurazione delle acque; regolazione delle inondazioni.
I risultati sottolineano l’urgente necessità di integrare la conservazione della fauna selvatica nella gestione delle zone umide, in particolare nel quadro della Convenzione di Ramsar. Senza un’attenzione specifica rischiamo di far saltare l’equilibrio ecologico e la resilienza.
Tutto è connesso
Per tornare a quel tutto è connesso da cui siamo partiti, possiamo dire che il report è un efficacissimo promemoria sulla necessità di considerare le zone umide un contesto complesso dove, più che in altre situazioni, le interazioni tra gli organismi e l’ambiente, feedback e benefici potenziali per tutti noi sono “trainati” dalle popolazioni animali. E dalla loro buona salute. Ecco, buona salute: le cose non sono proprio messe bene…
Le informazioni registrate nel report ci parlano di drammatici cali di varie specie ma anche del ridimensionamento della fauna: gli animali sono diventati sostanzialmente più piccoli. Sembrerebbe anche in calo la percentuale di individui più anziani. A salire sul banco degli imputati sono i soliti noti: pesca intensiva; riscaldamento globale e deossigenazione delle acque.
Ad ognuno il suo: interessante un passaggio del report che mette assieme specie e importanza specifica nei diversi ambienti umidi. Scopriamo, ad esempio, che pesci ed uccelli svolgono un ruolo particolarmente apprezzabile nei laghi. Per le paludi salmastre è importante la costante presenza di granchi predatori, tartarughe, oche e lontre. E ancora: per mantenere la vegetazione dei grandi prati di fanerogame marine sono essenziali squali tigre, pesci e oche erbivore e fischioni.
Le mangrovie hanno bisogno di molluschi
Continuo con gli esempi di questa intensa liaison citando le mangrovie che hanno bisogno di molluschi, gasteropodi e uccelli che si nutrono di granchi e formiche in modo da proteggere gli alberi da potenziali danni. Ma voglio ricordare anche il ruolo chiave degli uccelli marini e degli squali per il sequestro del carbonio, l’aumento dei livelli di azoto e la produttività e il funzionamento della barriera corallina. Negli estuari, nelle lagune costiere e nei delta, infine, sono anche cervi, lontre, foche e cetacei a facilitare la formazione di sedimenti, lo scambio di nutrienti, la cattura del carbonio e una maggiore biodiversità.
Come si concilia tutto questo con il degrado e la contrazione delle popolazioni animali nel mondo? Semplice: non si concilia. Basta un dato a farci temere il peggio. Negli ultimi 50 anni (1970-2020), la dimensione media delle popolazioni di animali selvatici monitorate si è ridotta del 73%, come misurato dal Living Planet Index. Le popolazioni di acqua dolce hanno subito i cali più pesanti, con una flessione dell’85%, seguite dalle popolazioni terrestri (69%) e marine (56%). I pesci d’acqua dolce, in particolare, sono spesso minacciati dalle alterazioni del loro habitat, che possono modificare ma anche bloccare del tutto le rotte migratorie. Ad esempio, per i pesci migratori d’acqua dolce, il Living Planet Index mostra un calo dell’81% tra il 1970 e il 2020. Le contrazioni più repentine si sono registrate in America Latina e nei Caraibi, in Africa, in Asia e nel Pacifico.
I risultati del report sottolineano la necessità di porre gli animali al centro dell’agenda funzionale ecologica della Convenzione di Ramsar sulle zone umide. Per tutto quello che avete appena letto, e che è solo una parte delle evidenze contenute nella fotografia scattata dalla Global Rewilding Alliance, non si fa fatica a crederlo.