Buone notizie per l’ambiente arrivano dalla Norvegia, che, con una decisione storica, ha introdotto per prima nel mondo il divieto assoluto di deforestazione nelle proprie attività istituzionali, trasformando in legge il blocco dell’abbattimento delle risorse boschive all’interno dei confini nazionali.
Un cammino lungo e una visione ampia
Per arrivare alle radici dell’iniziativa, però, bisogna fare un salto indietro nel tempo e tornare al 2018, quando, in settembre, la Commissione permanente per l’energia e l’ambiente del Parlamento norvegese approvò il Piano nazionale sulla biodiversità. Un documento che ha richiesto un anno per la sua piena attuazione, e che ha segnato un cambiamento radicale nell’approccio del Paese nei confronti della gestione delle risorse naturali. Nello specifico, il governo scandinavo ha deciso di non stipulare più contratti con aziende coinvolte in attività di deforestazione e ha lanciato investimenti mirati per ridurre il fenomeno anche a livello globale.
Inoltre la Norvegia ha intensificato la propria pressione sul settore privato per cercare di influenzare le pratiche aziendali attraverso il suo Fondo, uno strumento con cui il Paese è effettivamente riuscito a sollecitare diverse imprese ad adottare politiche più sostenibili. Un passo fondamentale è stato il sostegno alla dichiarazione congiunta firmata da 230 fondi di investimento e importanti istituti finanziari internazionali che ha spinto le aziende a monitorare con attenzione le proprie operazioni e ad adottare misure per ridurre il proprio impatto sulla deforestazione.
In parallelo, la Norvegia ha continuato a collaborare attivamente con altri Paesi, come per esempio Regno Unito e Germania, al fine di promuovere filiere di approvvigionamento libere dalla deforestazione e incentivare pratiche sostenibili anche attraverso la gestione degli appalti pubblici.
Uno sguardo sull’Europa
Per capire più a fondo la questione e l’importanza del passo mosso dalla Norvegia è però opportuno rivolgere uno sguardo più ampio al contesto europeo. Un documento utile in questo senso è il rapporto Wwf “Stepping up? The counting impact of Eu consumption on Nature Worldwide”, che fornisce un punto sulla situazione della deforestazione e del degrado degli ecosistemi naturali in tutto il mondo che dipendono dalle importazioni dell’Unione europea.
Ma andiamo più nel dettaglio. Secondo il report, tra il 2005 e il 2017 l’espansione agricola nelle regioni tropicali ha causato la conversione di circa 5 milioni di ettari di foresta ogni anno. Cosa c’entri l’Europa, presto detto: l’Unione europea si conferma come secondo maggiore importatore di deforestazione tropicale a livello globale.
Nello specifico, le importazioni di materia agricole da parte dell’Ue – come per esempio soia, olio di palma, carne bovina e caffè – sono state nell’ultimo ventennio direttamente responsabili di circa 3,5 milioni di ettari di deforestazione, con un impatto significativo in termini di emissioni di CO2 pari a oltre 1,8 milioni di tonnellate.
Il rapporto, inoltre, ha evidenziato come, nonostante gli impegni presi da parte dell’Ue in termini di azioni contro la deforestazione e di sistemi di certificazione, l’impatto di queste politiche non è sempre stato chiaro e le azioni intraprese non sempre sono risultate efficaci. Un dato positivo, però, c’è: tra il 2005 e il 2017 la deforestazione legata alle importazioni europee è diminuita, passando dal 40% al 16%. Ma è evidente che non è abbastanza e che servono sforzi maggiori.
Italia, Paese paradosso
E in questo scenario l’Italia è un Paese ricco di contraddizioni. Se da un lato infatti vanta una ricca risorsa forestale, dall’altro non riesce a valorizzarla adeguatamente, penalizzando l’economia locale e la filiera del “made in Italy”. Ma non solo, perché in questo modo contribuisce in modo significativo alla deforestazione: in particolare, ogni anno quasi 36 mila ettari di foreste vengono abbattuti per soddisfare i consumi degli italiani.
In altri termini, secondo i dati Legambiente, nonostante la crescita annuale media di oltre 52,8 mila ettari di aree forestali, il Bel Paese importa dall’estero l’80% delle materie prime legnose di cui ha bisogno. Un bel paradosso.
Nel complesso, dunque, l’uso del legno proveniente dalle foreste italiana è decisamente basso, con il solo 20% del prodotto che viene effettivamente impiegato. Una contraddizione, questa, che si riflette anche nell’organizzazione e nella gestione delle foreste italiane: attualmente, solo il 18% delle boscaglie è dotato di un piano di gestione efficiente. Il che, si traduce nell’assenza di strategie che garantiscono la sostenibilità delle pratiche di prelievo e che assicurano il rispetto di standard ambientali, sociali ed economici.
Insomma, il rischio è quello di farci del male da soli. Non solo come italiani, ma anche come esseri umani. La Terra è soltanto una, ed è nostro interesse preservarla. Soprattutto quando le alternative ci sono.