Per decenni il Mar d’Aral – il grande lago salato dell’Asia centrale – è stato considerato uno degli esempi più evidenti di collasso ambientale indotto dall’uomo. Oggi, nel suo bacino settentrionale, qualcosa sta cambiando: una serie di interventi infrastrutturali, accordi politici e nuove regole sull’uso dell’acqua stanno consentendo un recupero graduale e misurabile.
Dal punto più basso raggiunto all’inizio degli anni Duemila, il Mar d’Aral settentrionale, in territorio kazako, ha recuperato circa un terzo delle acque perdute. La superficie è aumentata del 36%, il volume idrico è quasi raddoppiato e la salinità si è dimezzata. Numeri che raccontano un’inversione di tendenza dopo mezzo secolo di sfruttamento intensivo.
La grande deviazione
Negli anni Sessanta, il governo sovietico decise di trasformare l’Asia centrale in una gigantesca piantagione di cotone. Per irrigare campi sempre più estesi, le acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya vennero deviate sistematicamente. Il Mar d’Aral, che dipendeva quasi interamente da questi afflussi, iniziò così a ritirarsi.
Nel giro di pochi decenni perse circa il 90% della sua massa d’acqua, spezzandosi in quattro bacini separati. Il più grande lago dell’Asia centrale diventò un caso di studio globale su come l’uso dissennato delle risorse possa alterare in modo irreversibile gli equilibri ambientali e sociali.
La diga che ha cambiato la rotta
La svolta arriva nel 2005 con la costruzione della diga di Kokaral, che separa il bacino settentrionale da quello meridionale. L’opera permette di trattenere le acque del Syr Darya, favorendo la risalita del livello idrico nella parte nord.
A questo si aggiungono nuovi accordi regionali tra Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan per una distribuzione più equa delle risorse idriche, e una riforma complessiva della politica dell’acqua kazaka. Nel 2023 è stato istituito un ministero dedicato, con poteri di pianificazione e controllo sull’irrigazione.
Secondo i dati ufficiali, dal 2023 sono stati riversati nel bacino oltre cinque miliardi di metri cubi d’acqua, portando il volume complessivo a più di 24 miliardi. La Banca Mondiale stima che il livello attuale sia superiore del 50% rispetto al minimo storico.
Pesci, lavoro, comunità
La risalita delle acque ha effetti concreti sugli ecosistemi e sull’economia locale. Nel delta del Syr Darya sono ricomparse una ventina di specie ittiche scomparse da decenni. Oggi nella regione operano dieci impianti di lavorazione del pesce, quattro dei quali certificati per l’esportazione verso l’Unione Europea.
Ogni anno, tra le 4.000 e le 5.000 tonnellate di pesce vengono spedite in tredici Paesi. Per comunità duramente colpite dalla crisi ambientale, la pesca è tornata a rappresentare una fonte di reddito e stabilità.
Un recupero fragile
Nonostante i progressi, la situazione resta delicata. Solo il bacino settentrionale mostra segnali concreti di ripresa. L’Aral meridionale, in Uzbekistan, è ormai ridotto a un deserto salino, mentre le sezioni occidentale ed orientale sono quasi del tutto scomparse.
Per contenere l’avanzata dell’Aralkum, il deserto salato nato sul fondale prosciugato del lago, Kazakistan e Uzbekistan hanno avviato vasti programmi di riforestazione: milioni di piantine sono state messe a dimora sul fondale prosciugato per limitare la dispersione di polveri tossiche e sali.
La minaccia principale resta però il cambiamento climatico. La maggior parte dell’acqua che alimenta i grandi fiumi centroasiatici proviene dallo scioglimento dei ghiacciai dei monti Tien Shan e Pamir, oggi in rapido arretramento. Se questa riserva naturale dovesse ridursi drasticamente, anche le politiche più ambiziose rischierebbero di non bastare.
La lenta rinascita del Mar d’Aral settentrionale dimostra che la distruzione ambientale non è sempre irreversibile. Ma insegna anche che il recupero richiede visione politica, cooperazione internazionale e una gestione rigorosa delle risorse. In un mondo sempre più assetato, l’acqua torna a essere una questione strategica.
