17 Aprile 2024
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Spettacolo

Il terzo teatro degli esclusi, un angolo per rivolgersi agli angoli

25.03.2024

Eugenio Barba durante l'intervista.

Niente tecnologia delle distanze, per fare teatro ci vuole l’Altro. Mostro sacro dell’avanguardia artistica, Eugenio Barba ha rivoluzionato la scena internazionale abolendo i confini che la imprigionavano, all’insegna del teatro, non come vocazione, ma come una necessità, una fonte di “salvezza”. L’intervista.

Avvicinarsi a Eugenio Barba, nume tutelare di un teatro che ha ricercato “nell’altro e nell’altrove” la sua essenza e ragione di vita, incute deferenza. I “grandi” nella loro destabilizzante umiltà suscitano gratitudine ammirata. Ecco, allora che, nella settimana dedicata al suo percorso artistico e creativo, fortemente voluta dal Teatro Menotti di Milano grazie all’intuizione del suo sulfureo direttore artistico Emilio Russo, tra affollatissimi spettacoli, master ed incontri, anche lo spazio modello-hangar ha lo stesso color nero-pece di quello creato (1966) da Barba in Danimarca (Jutland) nella piccola Holstebro (su invito del sindaco), dopo aver trasferito (dall’originaria Oslo, 1964), in una fattoria dismessa, il suo progetto di ricerca teatrale multiculturale.

Sì, il “terzo teatro” che si incuneava nell’immaginario dopo quello tradizionale e quello d’avanguardia, trovava nell’Odin Teatret, il luogo ideale per una drammaturgia non scritta, frutto di inventiva e comunicazione fisica. Nella stagione (’68) del rinnovamento, da Brecht, al Living, a Fo, a Grotowski (con l’esperienza polacca ad Opole), il viaggio in India. Seguito dalla fondazione dell’ISTA, la Scuola Internazionale di Antropologia Teatrale (il sistema pedagogico applicato alla performance). Aver operato «in un angolo per rivolgersi agli angoli», rintracciando i passi degli esclusi dalle scuole ufficiali, si riallaccia a quelli primigeni di chi ha inteso il teatro non come vocazione ma come necessità, una fonte di “salvezza”, per «mettersi un’altra maschera, un’altra identità, dietro la quale nascondersi e come artista guadagnare rispetto e dignità». Sì, poi, sono arrivate le lauree ufficiali (francese, storia delle religioni) ed i dottorati nelle università di tutto il mondo, ma gli inizi pesano. Dalla natia Puglia, dopo la licenza liceale nella militare Nunziatella, il viaggio in autostop, a diciotto anni, fino in Norvegia, lo trasforma in emigrante, nella trafila dura di lattoniere, saldatore, marinaio, «di chi aveva perso la propria lingua e i vincoli affettivi della famiglia», con il teatro ad offrirsi come occasione per «ricreare altri legami che durano nel tempo e si rivitalizzano ad ogni incontro». Tra razzismo e generosità (fine anni’50) guadagnarsi il pane, senza comprendere la lingua «è stata l’esperienza più formativa, perché mi ha obbligato ad acuire tutti i sensi e a cercare di decifrare cosa dicessero la persone attraverso la sonorità, la postura, gli sguardi». Un vero e proprio apprendistato per il futuro regista consapevole di quanto rilevante fosse lavorare sull’aspetto cinestesico, cioè la consapevolezza di come un modo di agire, di comportarsi, abbia un impatto sul sistema nervoso dello spettatore. L’importante è che avverta la sensazione che gli sia stato detto qualcosa di importante. «È come se lo spettacolo, consegnasse un messaggio cifrato attraverso stimoli sensoriali. La vicinanza tra attori e spettatori aiuta a trasmettere questa carica di tensione fisica, dinamica, che viene percepita». Eccolo, il manifesto dell’Odin Teatret, che nel festeggiare i suoi primi sessant’anni, definisce la trasformazione delle funzioni sociali implicate dal nuovo teatro di gruppo, in un continuo affinamento di regole che diventano moduli interpretativi e comportamentali. Alla nostra domanda «Perché il teatro denuncia ma non ricuce?», il Maestro stigmatizza: «Non è suo compito: ricucire spetta all’azione politica». ll teatro è un mestiere (si comincia tutti i giorni alle sette) «esiste un’etica di lavoro fondamentale: curare i dettagli, sentire orgoglio nel lavoro ben fatto». Eugenio Barba, 88 anni, emigrante radicato altrove, sorride, ora che è nato a Lecce il l’Archivio Vivente delle Isole Galleggianti dell’Odin. La sua «vecchiaia operosa» è salva.

 

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