2 Marzo 2024
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Salute

Influenza, l’espressione “vaccino universale” diventa fuori uso

Gli scienziati rincorrono continuamente le mutazioni del virus. L’efficacia della vaccinazione negli USA sale in un anno dal 36% al 54%, ma non è abbastanza. Prestigiosi istituti stanno vagliando nuove strategie per contrastare il fenomeno.

Il freddo si fa sentire in Italia come nel resto d’Europa e anche Oltreoceano. Così in particolare negli Stati Uniti si sono ripresi gli studi sul vaccino contro l’influenza, con un obiettivo che la scienza vuole raggiungere: scoprirne uno che funzioni ogni anno. Problema di soluzione non facile, dato che la malattia muta costantemente.

Ogni vaccino contro l’influenza, infatti, viene studiato sulla base del ceppo in circolazione in quel momento. Manca però la certezza che il farmaco sia valido l’anno successivo o anche soltanto sei mesi dopo, quando infatti potrebbe già avvenire una mutazione. Proprio per questo motivo nei soli USA l’efficacia della vaccinazione ha toccato quota 54% nel 2022, mentre nel 2021 era arrivata appena al 36%.

La vera sfida, dunque, è individuare un vaccino che funzioni sempre e abbia un alto livello di efficacia contro qualsiasi forma del virus e dopo ogni mutazione che possa avvenire. In questo modo si arriverebbe a quello che viene definito il «vaccino universale per l’influenza», e diversi prestigiosi istituti americani sono da tempo all’opera per individuare questa agognata formula. E i risultati sembrano essere più promettenti che in passato.

I National Institutes of Health (NIH) sono, infatti, arrivati alla seconda sperimentazione clinica di Fase 1, indispensabile per verificare la sicurezza del farmaco per l’Uomo. L’immunologo che dirige questo centro di ricerca si è detto ottimista, pur con un basso profilo: «Non usiamo più l’espressione vaccino universale per l’influenza e preferiamo quella di super vaccino stagionale. Questo perché il prodotto su cui stiamo lavorando costituirebbe un miglioramento di quelli a cui siamo abituati, ma non ancora definitivo».

Altro istituto al lavoro per questo obiettivo è la newyorkese Icahn School of Medicine at Mount Sinai, che sta tentando una strategia diversa nel contrasto all’influenza. Invece di inoculare il virus reso inoffensivo (inducendo così il sistema immunitario a rispondere), lo staff del microbiologo Peter Palese sta provando a modificarne la struttura rimuovendone la “testa” (che si chiama antigene). In questo modo eviterebbero molte possibili mutazioni della malattia.

«Il problema di partenza è che il vaccino contro l’influenza per l’inverno 2023 viene realizzato sulla base delle raccomandazioni che ci arrivano nel febbraio del 2023. Ma una volta che viene creato, prodotto e quindi distribuito alla popolazione tramite medici, pediatri o farmacie sono trascorsi 6-8 mesi. Si tratta di un intervallo di tempo durante il quale il virus può modificarsi ulteriormente. Con il nostro lavoro puntiamo ad anticipare queste mutazioni», ha spiegato Palese.

«La prima esposizione al virus determina la risposta del nostro sistema immunitario – ha aggiunto Jenna Guthmiller, immunologa della University of Colorado Anschutz School of Medicine –. Ma se l’influenza subisce una mutazione anche minima, l’anticorpo la riconosce ma agisce con una forza ridotta». Il vaccino che si sta cercando di mettere a punto negli USA punta a superare questo problema.

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