La natura si sta riprendendo i suoi spazi. Ma i numeri, freschi di pubblicazione, non lasciano spazio a interpretazioni romantiche. Perché la ricerca, coordinata dall’Università di Milano-Bicocca nell’ambito del National Biodiversity Future Center, parla chiaro. Attraverso il censimento di oltre 20 mila punti di presenza di specie invasive tra Roma, Milano e Torino, ha messo in luce la capacità di questa “armata verde invasiva” di soffocare la biodiversità locale.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Urban Ecosystems, rappresenta uno dei monitoraggi più capillari mai eseguiti sul territorio italiano. Gli esperti, oltre ad osservare i parchi, hanno setacciato ambienti urbani dove il conflitto tra uomo e natura è più aspro. Il risultato è una mappa che descrive un ecosistema soggetto a un mutamento accelerato, dove le piante aliene, provenienti spesso da altri continenti e introdotte come ornamenti da giardino, hanno trovato nelle isole di calore un habitat ideale. E senza i parassiti naturali che ne limitano la crescita nei Paesi d’origine, queste specie si trasformano in macchine da guerra biologiche.
Se il monitoraggio nazionale offre un quadro preoccupante, tra le strade della capitale l’emergenza è allarmante. Roma, con la sua estensione e la sua alternanza caratteristica tra archeologia, parchi storici e zone abbandonate, è diventata il laboratorio perfetto per le specie invasive. La battaglia, qui, si gioca su un doppio binario, quello ecologico e quello della conservazione del patrimonio monumentale. Perché non c’è rovina storica che non debba fare i conti con l’insidia delle radici aliene, capaci di infiltrarsi nelle malte millenarie e sgretolare ciò che il tempo aveva risparmiato.
Il nemico numero uno è l’ailanto, noto come albero del paradiso, ma che di paradisiaco ha poco e niente. Questa specie, infatti, nasconde un’aggressività senza pari. Originaria della Cina, è in grado di insinuare le sue radici nelle micro-fessure dei laterizi e delle malte antiche. E una volta trovato un varco, la radice si ingrossa con una forza idraulica capace di sollevare blocchi di travertino e mandare in frantumi strutture che hanno resistito per secoli a ogni tipo di intemperie.
Poi ci sono la robinia e il fico d’india, che sulle sommità dei ruderi e tra i contrafforti dei palazzi nobiliari creano veri e propri ecosistemi pensili non previsti, ed emettono sostanze acide che sciolgono i minerali del substrato e offrono loro nutrimento. Il che, naturalmente, porta a una disgregazione chimica delle pietre storiche.
In questo contesto il Tevere, arteria vitale della città, funge da corridoio di diffusione: lungo le sue banchine la vegetazione autoctona cede il passo a muri vegetali che alterano il deflusso delle acque e distruggono l’habitat degli uccelli migratori. Il problema, però, non riguarda solo flora e fauna: molte delle specie rilevate dalla ricerca sono responsabili di pollinosi aggressive che prolungano il periodo delle allergie ben oltre la primavera. Insomma, non belle notizie per le persone che soffrono di allergia,
Dunque, il quadro delineato dalla ricerca della Bicocca impone un cambio di passo nella gestione urbanistica. Il verde in città non può più essere considerato un elemento di arredo passivo. Senza una strategia di contrasto mirata e una mappatura costante, che oggi può contare anche sul supporto tecnologico di droni e algoritmi, il rischio è duplice: perdere la battaglia per la biodiversità locale e veder lievitare i costi di manutenzione straordinaria per infrastrutture e monumenti. La resilienza delle nostre metropoli ai cambiamenti climatici passa anche da qui, dalla capacità di governare un’armata vegetale che ha già dimostrato di non avere confini.
