L’Italia consuma meno energia, emette meno gas serra e utilizza più fonti rinnovabili. Ma paga anche più tasse ambientali e spende di più per proteggere l’ambiente. È il quadro, articolato e tutt’altro che lineare, che emerge dall’ultima analisi dell’Istat sui principali indicatori economici e ambientali. Un bilancio che racconta una transizione in corso, ancora fragile, fatta di progressi reali e contraddizioni evidenti.
Nel 2024, con un Pil in crescita dello 0,7%, il consumo di energia è sceso del 2,1% e le emissioni climalteranti del 2,8%. Nel 2023 la riduzione era stata ancora più marcata: -4,8% per l’energia e -5,9% per i gas serra. Numeri che confermano un trend positivo, ma che vanno letti con attenzione: non tutto il miglioramento è frutto di scelte strutturali. A pesare sono stati anche fattori contingenti, come un clima più mite e la forte ripresa dell’idroelettrico grazie alle abbondanti precipitazioni.
Meno fossili, più rinnovabili
Il cambiamento più significativo riguarda il mix energetico. Nel 2024 è aumentata la produzione da fonti rinnovabili, soprattutto idroelettrico, mentre si è ridotto drasticamente l’uso del carbone e, in parte, del gas naturale. Questo ha consentito un calo netto delle emissioni nel settore della produzione di energia elettrica, nonostante l’aumento della domanda.
È una buona notizia: indica che il sistema energetico sta diventando meno inquinante. Ma il confronto europeo invita alla prudenza. L’intensità di emissione italiana resta superiore alla media Ue: 53,8 tonnellate di CO₂ per terajoule contro una media europea di 51,4. Paesi come la Svezia viaggiano su livelli più che dimezzati. Segno che il margine di miglioramento è ancora ampio.
Se le attività produttive riducono consumi ed emissioni, le famiglie mostrano un andamento più contraddittorio. Nel 2024 i consumi energetici domestici sono tornati a crescere (+2,2%), trainati soprattutto dai trasporti privati. Anche le emissioni delle famiglie sono aumentate, interrompendo il calo dell’anno precedente.
Un segnale chiaro: l’efficienza tecnologica non basta se non cambia anche il modo di muoversi, abitare e consumare. Il nodo è culturale prima che economico. Senza una mobilità più sostenibile e un reale contenimento dei consumi, i progressi rischiano di restare parziali.
Tasse ambientali: cresce il conto
Sul fronte fiscale, il gettito delle imposte ambientali ha superato nel 2024 i 60 miliardi di euro, con un aumento dell’11,2% in un solo anno. Quasi l’80% proviene dalle imposte sull’energia, tornate a pieno regime dopo la fine delle misure di contenimento dei prezzi introdotte durante la crisi energetica.
A pagare di più sono soprattutto le imprese, ma anche le famiglie vedono salire il conto. È un passaggio delicato: la fiscalità ambientale può essere uno strumento potente per orientare i comportamenti, ma rischia di trasformarsi in una semplice leva di bilancio se non accompagnata da investimenti e servizi alternativi.
L’industria verde cresce, ma rallenta
Il settore delle ecoindustrie vale ormai oltre 214 miliardi di euro. Cresce poco in termini di produzione, ma aumenta il valore aggiunto, trainato soprattutto dagli interventi per l’efficienza energetica degli edifici, sostenuti ancora dagli incentivi fiscali. È qui che si concentra la metà della ricchezza generata dal comparto ambientale.
La spesa complessiva per la protezione dell’ambiente ha superato i 52 miliardi, con un aumento del 2,8%. Investono soprattutto le imprese, in particolare nella gestione dei rifiuti e nella depurazione delle acque, mentre cresce l’attenzione verso la decontaminazione dei suoli e la tutela della biodiversità.
