28 Gennaio 2026
/ 28.01.2026

La crociata di Trump contro l’eolico

Mentre la Cina allarga i suoi mercati grazie all’energia del vento e dieci Paesi – tra cui Regno Unito, Germania, Francia, Paesi Bassi e Danimarca – vogliono trasformare il Mare del Nord in una gigantesca centrale rinnovabile condivisa, Trump fa di tutto per bloccare le pale eoliche

C’è un vento che soffia forte sull’energia globale, ma non ovunque nella stessa direzione. Da una parte Europa, Cina e gran parte del mondo industriale che rafforzano le rinnovabili come pilastro economico e strategico. Dall’altra gli Stati Uniti di Donald Trump, che tornano a mettere in discussione l’energia rinnovabile in generale e in particolare l’eolico, provando a rallentare progetti e investimenti. Due traiettorie opposte che raccontano molto più di una semplice disputa tecnologica.

L’Europa punta sul Mare del Nord

Nel Nord Europa l’eolico offshore è diventato una questione di sistema. Dieci Paesi – tra cui Regno Unito, Germania, Francia, Paesi Bassi e Danimarca – hanno deciso di lavorare insieme per trasformare il Mare del Nord in una gigantesca centrale rinnovabile condivisa. L’obiettivo è ambizioso: arrivare a 50 gigawatt di potenza installata tra il 2031 e il 2040 (per arrivare poi a 100 gigawatt) creando una rete elettrica integrata capace di alimentare decine di milioni di abitazioni.

Non si tratta solo di clima. Dietro questa scelta c’è la sicurezza energetica, la riduzione della dipendenza dal gas importato e la volontà di stabilizzare i prezzi dell’energia nel medio periodo. Il vento del Mare del Nord, costante e prevedibile, viene considerato una risorsa strategica al pari delle grandi infrastrutture industriali del Novecento.

Un trend globale che va oltre l’Europa

L’Europa non è un’eccezione. In Asia l’eolico cresce a ritmi impressionanti, spesso integrato con il solare in enormi parchi energetici. La Cina, in particolare, è oggi il primo Paese al mondo per capacità eolica installata, con impianti che vanno dalle regioni desertiche dell’interno fino all’offshore marino. Una parte crescente dell’elettricità cinese arriva proprio dal vento.

Anche altri Paesi emergenti stanno investendo massicciamente sulle rinnovabili, attratti da costi sempre più bassi e da filiere industriali che generano occupazione e innovazione. Il vento, insomma, è diventato un affare serio.

In questo scenario globale, la posizione degli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump è in piena controtendenza. Negli ultimi mesi il presidente ha attaccato apertamente l’eolico, sostenendo che non è affidabile, che deturpa il paesaggio e che altri Paesi – come la Cina – in realtà non lo utilizzano davvero. Affermazioni che non trovano riscontro nei dati, ma che vengono usate come una clava mediatica e come premessa per un attacco massiccio all’energia pulita per lasciar spazio ai fossili. L’amministrazione statunitense ha infatti bloccato o rallentato diversi progetti di eolico offshore, sospendendo concessioni già avviate e rimettendo in discussione piani approvati negli anni precedenti.

Ideologia contro mercato

Il paradosso è che l’eolico oggi non cresce per idealismo ambientalista, ma perché conviene. In molte aree del mondo produrre elettricità dal vento costa meno che farlo con carbone o gas. Eppure negli Stati Uniti la questione è diventata un simbolo politico, una bandiera da sventolare contro le politiche climatiche globali.

Così mentre aziende europee e asiatiche consolidano leadership tecnologiche e filiere industriali, Washington rischia di restare indietro in uno dei settori chiave della transizione energetica. Da una parte c’è la larga maggioranza dei Paesi che vede nelle rinnovabili una leva di sviluppo, autonomia e stabilità; dall’altra una superpotenza che sceglie di rallentare, trasformando il vento in un campo di battaglia ideologico. Il risultato è un’energia globale a due velocità, dove il futuro soffia forte, ma non tutti decidono di spiegare le vele.

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