14 Giugno 2024
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Società, Spettacolo

La denuncia sociale tramuta in una riflessione filosofica

22.04.2024

Foto di scena de "L'albergo dei poveri". Nella foto: Luka, pellegrino errante, e Massimo Popolizio, con il bastone.

“L’albergo dei poveri” di Maksim Gor’kij, metafora dell’esistente, dell’inerzia umana e dell’incapacità di risolvere i problemi etici che sono alla base dei conflitti di sempre. Solo la poesia e il teatro, mentre parlano del silenzio e del segreto, possono dare voce a chi non ne ha.

Ci sono luoghi dove le storie s’intrecciano. Così, davanti all’imponenza neoclassica del Real Albergo dei Poveri edificato a partire dal 1751, su disegno dell’architetto Ferdinando Fuga, secondo il volere di Carlo III di Borbone, per fornire assistenza ai bisognosi ed ospitare quanti volessero formarsi in arti e mestieri, il simbolo di grandezza e resilienza cede all’incompiutezza. Eccola, la quintessenza di Napoli, in sospensione perenne, tra i progetti traditi del passato e un piano di valorizzazione e rigenerazione urbana legato ai fondi (100 mln di euro) del Pnrr, perché il maestoso edificio – 103.000 mq – possa ospitare, tramite bando per grandi gruppi alberghieri, spazi parziali ad uso ricettivo, oltre ad un centro culturale multidisciplinare e polifunzionale. Ed in più, accogliere in due ali, venti sale, una biblioteca moderna, una scuola di specializzazione dell’Università Federico II, con annesso bookshop, caffè e una terrazza panoramica, privilegiando le sette sezioni museali dedicate (Pompei in primis) ai reperti dei depositi del Mann – Museo Archeologico Nazionale, non accessibili ora al pubblico.

E mentre la Napoli alta e borghese, arroccata sulla collina del Vomero troneggia e si giustappone a quella bassa e popolare dei Quartieri Spagnoli, del dialetto stretto, della spavalderia guascona e dell’aria lazzara, comprendi che le contrapposizioni, l’essere scisso (una cosa e il suo opposto), tra visceralità plebea contro nobiltà sussiegosa sono parte integrante di una stessa costruzione narrativa. Come se la trasfigurazione letteraria di Napoli tendesse a nascondere lo squallore quotidiano, proponendo il racconto di una città che “sottomette la miseria al colore”. Poi, di soppiatto, arriva Aleksej Maksimovič Peškov, in arte Gor’kij (amaro) che col suo realismo socialista, sulle assi del Teatro Mercadante (ad un passo dal porto), fa rimbalzare la denuncia sociale più sferzante accompagnata da una riflessione filosofica e morale sull’esistenza umana. Così, il quadro di reietti dei bassifondi di un’umanità perduta dalla Russia dei primi del Novecento, travalica i confini spaziotemporali, e da allegoria universale finisce per vestire i panni laceri di un mondo che nella città di Partenope ed altrove, arranca, soffre, si dimena, sospintoverso un destino privo di speranza. “L’albergo dei poveri”, rappresentato per la prima volta a Mosca nel 1902 e riproposto da Giorgio Strehler nel 1947, in occasione dell’inaugurazione del Piccolo Teatro di Milano, si fa dramma corale dalle nuances shakespeariane, sul binario di avidità e caducità, condizione sempiterna che ora acquisisce verve moderna per la regia grintosa di Massimo Popolizio, la riduzione serrata di Emanuele Trevi e 16 agguerriti protagonisti. E nello spazio spettralmente inquietante di un dormitorio dalle tinte livide, zigzagando nel percorso mobile di tavolacci e brandine slabbrate, nei bassifondi della disperazione ristagnano i percorsi kantoriani di una primigenia “classe morta” votata alla reiterazione di gesti e strepiti inascoltati, un’umanità di disperati (ladri-alcolizzati-bari-prostitute-vagabondi-attorucoli), atroci cadaveri ambulanti dai volti grigiastri e dagli abiti sdruciti a comporre lo specchio deformato delle nostre inadeguatezze di fronte, oggi, ai morti senza nome, agli invisibili orfani di storie, ai migranti senza futuro.

Nemmeno l’arrivo di Luka-Popolizio, pellegrino conciliante, riuscirà a regalare un raggio di speranza a fantocci, scossi solo per un attimo dall’assassinio di Kostoloff e dalla morte per tubercolosi della moglie del fabbro. L’oscurità fagociterà tutto, nella gabbia della povertà. Mentre la vodka scorre a fiotti. Solo la poesia, il teatro “parla dal silenzio e dal segreto” per dare voce a chi non ne ha. Ma non basta.

 

Credito fotografico: Foto di Claudia Pajewski, ufficio stampa  Piccolo Teatro Milano.

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