10 Aprile 2026
/ 10.04.2026

La fusione dei ghiacci fa strage dei cuccioli di pinguino imperatore

Quando il ghiaccio cede troppo presto, i pulcini muoiono: senza piumaggio impermeabile e incapaci di nuotare, annegano o si congelano

L’Antartide è diventato un sistema fragile, segnato da cambiamenti rapidi che non lasciano scampo alle specie più specializzate. Tra queste c’è il pinguino imperatore, oggi ufficialmente classificato come “in pericolo di estinzione” dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). La mortalità in ascesa dei pulcini, legata alla fusione dei ghiacci e al crollo della banchisa, sta riscrivendo il destino della specie.

Quando il ghiaccio cede troppo presto, i pulcini muoiono: senza piumaggio impermeabile e incapaci di nuotare, annegano o si congelano.

Il ghiaccio che non regge più

Per nove mesi all’anno, i pinguini imperatore dipendono dal “ghiaccio stabile” (fast ice), quello ancorato alla costa. È qui che nidificano e crescono i piccoli. Dal 2016, però, l’estensione del ghiaccio marino antartico ha toccato minimi storici: ciò significa che la coltre bianca si forma tardi, è sottile e si rompe in anticipo.

Nel 2022, quattro siti di nidificazione su cinque nel Mare di Bellingshausen sono collassati, portando alla morte migliaia di pulcini. Un evento simile era già avvenuto nel 2016 nel Mare di Weddell. I ricercatori definiscono queste catastrofi “tetre e angoscianti”, termini rari nel rigore scientifico che testimoniano la forte preoccupazione di fronte a un sistema che sta perdendo il suo equilibrio.

Numeri e proiezioni

La popolazione globale di pinguino imperatore è stimata in circa 595.000 adulti. Tra il 2009 e il 2018 si è registrato un calo del 10%, ma le proiezioni dell’IUCN indicano un dimezzamento entro il 2080. Il meccanismo è lineare: meno ghiaccio significa meno habitat; meno habitat significa meno giovani che raggiungono l’età adulta. Quando intere generazioni svaniscono, il recupero diventa matematicamente improbabile.

Martin Harper, amministratore delegato di BirdLife International (la più grande federazione mondiale per la protezione degli uccelli), ha spiegato al Guardian: “La classificazione come specie in pericolo è un monito: il cambiamento climatico sta accelerando la crisi di estinzione sotto i nostri occhi”.

Una specie sentinella

Il pinguino imperatore è una “specie sentinella”: il suo stato anticipa ciò che accadrà all’intero ecosistema. Philip Trathan, ecologo marino, ha spiegato al quotidiano inglese che il riscaldamento globale di origine antropica è la minaccia principale, poiché colpisce non solo la riproduzione, ma anche l’alimentazione e la muta di questi uccelli.

Il declino del ghiaccio innesca infatti un effetto domino. Le otarie antartiche si sono dimezzate dal 1999 (944.000 adulti nel 2025) a causa della riduzione del krill, base della catena alimentare. Senza krill, soffrono anche le balene. A questo si aggiungono minacce sanitarie: l’influenza aviaria ha recentemente ucciso oltre il 90% dei cuccioli in alcune colonie di elefanti marini meridionali.

Responsabilità e politica

Ridurre le emissioni di CO2​ è l’unico modo per stabilizzare i ghiacciai. Oltre alla decarbonizzazione, si chiede di inserire l’imperatore tra le “specie particolarmente protette” nel Trattato Antartico per limitare il turismo e il traffico marittimo, sebbene siano palliativi rispetto alla crisi climatica globale.

Il destino della specie si deciderà nei prossimi decenni. Se le emissioni continueranno ai livelli attuali, il declino sarà irreversibile. Il pinguino imperatore è il banco di prova della risposta internazionale: le cause sono note e le conseguenze visibili. La sfida è quella di preservare le condizioni minime di vita in uno degli ecosistemi più estremi della Terra.

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