C’è un nuovo termometro ambientale che misura la febbre del pianeta. Non si basa sui gradi in più dell’atmosfera o sul livello dei mari, ma sui sogni — o meglio, sugli incubi — dei bambini italiani. Secondo uno studio dell’Università di Pavia che ha coinvolto 1.000 bambini, il 95% di quelli tra i 5 e gli 11 anni si dichiara preoccupato per il futuro della Terra. E il 40% confessa di aver fatto brutti sogni legati al cambiamento climatico.
È un dato che colpisce. E che si presta a varie considerazioni. Potrebbe alimentare l’onda anti woke, quella che rimpiange il tempo in cui la famiglia aveva una salda struttura gerarchica e i bambini appartenevano alla sfera di un femminile ovattato. Quella che spara giudizi tipo: “Vergogna, state terrorizzando i bambini con disastri climatici inventati”.
I disastri climatici purtroppo sono confermati dalle cronache, anche se chi li nega alle volte viene eletto presidente. Ma il punto su cui riflettere non è questo, non è il negazionismo. È l’altro: “Terrorizzate i bambini”. Questo aspetto va preso in considerazione perché un eccesso di allarme può in effetti essere controproducente. Lo è per gli adulti, a maggior ragione per i bambini.
Ma solo chi da molto tempo non parla con uno di questi bambini (effettivamente sempre più rari) può immaginarli calati in un mondo di serenità perturbata solo da qualche capriccio alimentare. Basta aprire un libro di fiabe per rendersi conto che l’universo descritto è spesso cupo, pieno di minacce, di forze maligne e soverchianti che provano a governare il destino dei protagonisti. Le fiabe sono così perché corrispondono all’immaginario dei bambini, percorso dalle paure della crescita, dal confronto con un mondo drammaticamente più grande e più potente.
I bambini hanno paura e un obiettivo importante della crescita è proprio il governo della paura. Però è interessante osservare la loro reazione alla paura. È una reazione attiva. I bambini non si arrendono. I “cattivoni” ci stanno e loro partecipano con tutte le loro forze alla battaglia per fermarli.
È quello che sottolinea Serena Barello, direttrice del Laboratorio di Psicologia della Salute dell’Università di Pavia, notando che la differenza principale tra adulti e bambini non è esattamente quella chi immaginiamo. Semmai il contrario. I bambini si sentono responsabili di ciò che accade, più degli adulti. Loro vogliono quello che noi dovremmo fare e spesso non facciamo: battere i cattivi. Loro non accettano la prepotenza, noi troppo spesso sì.
Dunque l’accusa di terrorizzare i bambini ambientando i racconti in uno scenario preoccupante è falsa. Altra cosa è un’accusa che riguardi la struttura del racconto. Una scia di numeri allarmanti su un mondo al collasso non lascia spazio alla speranza. Dovremmo evitarlo perché trasmettendo – in modo volontario o involontario – questo immaginario ai bambini togliamo loro forza. Ma quello che dovremmo evitare ai bambini non è quello che dovremmo evitare anche a noi?
Anche perché un racconto tutto in negativo non corrisponde ai fatti. Scienziati, imprenditori, finanzierei sanno tre cose. Le soluzioni tecniche per uscire dall’incubo fossile esistono. Ci sono le tecnologie per metterle in pratica. Enormi capitali vagano alla ricerca della destinazione più soddisfacenti per i clienti, cioè per tutti noi. Quello che manca è la capacità di tenere assieme i vari aspetti, facendo viaggiare in parallelo la capacità d’innovazione e la difesa della coesione sociale.
Certo, i bambini sanno poco di tecnologie avanzate. Ma sanno molto di volontà. il 97,2% è convinto che il proprio impegno possa fare la differenza. È come se i bambini avessero capito — prima e meglio degli adulti — che la partita per il clima non è affare da specialisti, ma riguarda ognuno di noi. Il problema è che i bambini ci ascoltano (spesso), noi li ascoltiamo poco (quasi sempre).
Tre decenni fa il ministero dell’Ambiente (il ministro era Edo Ronchi e il sottosegretariato incaricato della questione Valerio Calzolaio) lanciò l’idea delle Città dei bambini e delle bambine. Era il modo per considerare i bambini come cittadini a pieno titolo, capaci di contribuire alla progettazione e alla trasformazione degli spazi urbani. Si trattava di coinvolgerli nei processi di pianificazione urbana, ascoltando le loro opinioni. I governi successivi se ne sono dimenticati.
Ma non è mai troppo tardi.