Più di duecento ricercatori statunitensi hanno deciso di uscire dai laboratori e rompere il tradizionale riserbo accademico per prendere posizione su una questione che va oltre la scienza. In una lettera aperta diffusa dalla rivista Nature, gli studiosi che da anni lavorano in Groenlandia hanno espresso solidarietà al popolo groenlandese e una netta opposizione alle recenti dichiarazioni e pressioni politiche arrivate da Washington sul futuro del territorio.
Il messaggio è diretto e senza ambiguità: la Groenlandia non è una merce negoziabile. Non si compra, non si prende, non si tratta come una pedina geopolitica. È una terra che appartiene ai suoi abitanti, con una storia, una cultura e un diritto all’autodeterminazione che, secondo i firmatari, non può essere messo in discussione da logiche di potenza.
A parlare non sono attivisti, ma ricercatori che conoscono la Groenlandia sul campo. Molti di loro trascorrono lunghi periodi sull’isola per studiare ghiacciai, atmosfera, oceani e biodiversità artica. Tra i primi firmatari c’è Yarrow Axford, docente alla Northwestern University, che sottolinea come la Groenlandia sia diventata negli anni un punto di riferimento globale per la ricerca sul clima. Non solo perché qui il riscaldamento globale procede più velocemente che altrove, ma perché ciò che accade sull’isola ha effetti diretti sull’intero pianeta.
La fusione accelerata dei ghiacciai groenlandesi contribuisce all’innalzamento del livello dei mari e può influenzare le grandi correnti oceaniche, con ricadute sul clima globale. Per questo la Groenlandia è un laboratorio naturale cruciale, osservato con attenzione dalla comunità scientifica internazionale. Ma, ricordano i ricercatori, è anche una terra abitata, con comunità locali che da decenni collaborano con la scienza, offrendo supporto, conoscenze e accoglienza.
Ed è proprio questo legame umano, oltre a quello scientifico, a rendere la presa di posizione particolarmente significativa. Molti dei firmatari parlano apertamente di amicizie, collaborazioni e rapporti di fiducia costruiti nel tempo con colleghi e cittadini groenlandesi. La lettera nasce anche dal desiderio di restituire qualcosa a quelle comunità, facendo sentire che non sono sole di fronte a pressioni esterne sempre più esplicite.
Nel testo, gli studiosi invitano anche i colleghi rimasti negli Stati Uniti a non restare in silenzio. La scienza, spiegano in sostanza, non vive in un vuoto politico e non può ignorare quando la ricerca rischia di essere strumentalizzata o quando un territorio fondamentale per il clima globale viene ridotto a oggetto di contesa strategica.
Il contesto è noto. Negli ultimi mesi Donald Trump ha rilanciato toni e idee già emerse in passato, tornando a parlare della Groenlandia in chiave apertamente geopolitica ed economica. Una scelta che ha suscitato reazioni dure sia tra i leader groenlandesi sia nella comunità scientifica internazionale, preoccupata per le implicazioni politiche e simboliche di questo approccio.
La lettera dei ricercatori manda un segnale chiaro: chi studia il clima artico sa che la Groenlandia è centrale per il futuro del Pianeta, non per le ambizioni di una singola amministrazione. Ed è anche per questo che, oggi più che mai, difenderne l’autonomia e il rispetto è una responsabilità scientifica e morale.
