1 Aprile 2026
/ 1.04.2026

La guerra nel Golfo riaccende la corsa alle rinnovabili

Il nuovo shock energetico legato al conflitto con l’Iran accelera la transizione, soprattutto sul fronte del solare. Ma l’Europa resta sospesa tra interventi d’emergenza e investimenti strategici

Dopo l’escalation nel Golfo, con il blocco quasi totale dello stretto di Hormuz da cui passa circa il 20% del greggio mondiale, i mercati hanno reagito immediatamente. Le quotazioni hanno superato nettamente i 100 dollari al barile, mentre il gas europeo è tornato a salire sopra i 50 euro al megawattora. Bollette in brusca salita e la prospettiva di una lunga fase di incertezza stanno spingendo la domanda di tecnologie alternative. E l’opzione immediatamente disponibile e a costi competitivi è il pacchetto rinnovabili – storage – rafforzamento innovativo della rete elettrica.

Nel Regno Unito, secondo operatori del settore come Octopus Energy, le richieste per installazioni fotovoltaiche sono cresciute di oltre il 50% nelle settimane successive all’inizio della crisi. Anche le pompe di calore hanno registrato aumenti simili, con picchi giornalieri che hanno raddoppiato i livelli medi di inizio anno.

In Germania, già leader europeo del fotovoltaico, il 2025 si era chiuso con oltre 14 gigawatt di nuova capacità installata. Nei primi mesi del 2026 il ritmo è ulteriormente aumentato, con richieste domestiche in crescita a doppia cifra. Il solare residenziale, in particolare, è quello che reagisce più rapidamente agli shock: tempi di installazione brevi e ritorni economici sempre più evidenti.

Anche in Italia si registra un’accelerazione. Dopo i 5 gigawatt installati nel 2024 e oltre 6 nel 2025, il 2026 è partito con una domanda sostenuta, trainata soprattutto dal segmento commerciale e industriale. Ma la crescita è ancora decisamente insufficienti per raggiungere gli obiettivi europei. Eppure i prezzi sono più che incoraggianti. Secondo Irena (International Renewable Energy Agency) produrre elettricità da nuovi impianti fotovoltaici su larga scala costa oggi mediamente tra 30 e 50 dollari per megawattora, meno della metà rispetto a molte centrali a gas in Europa nelle fasi di prezzo elevato. Questo significa che ogni aumento del prezzo dei combustibili fossili rende automaticamente più conveniente investire in rinnovabili. Conveniente sul piano economico. Conveniente sul piano della sicurezza dell’approvvigionamento. Conveniente sul piano ambientale.

Questa vale a tutti i livelli. Per una famiglia, l’autoconsumo può coprire fino al 40-60% dei consumi elettrici, a seconda della configurazione. Per un’azienda energivora, un impianto fotovoltaico può ridurre la bolletta anche del 20-30% su base annua. Per un Paese può fare la differenza tra l’autonomia in momenti di crisi e il panico da shock energetico.

E infatti nei Paesi con quote più alte di rinnovabili (ad esempio la Spagna), l’impatto dell’aumento dei prezzi di petrolio e gas è più contenuto. Al contrario, dove il sistema resta legato ai combustibili fossili, ogni crisi si trasforma in un aumento diretto dei costi per cittadini e imprese.

In Italia oltre 300 gigawatt di progetti rinnovabili sono in attesa di autorizzazione, una cifra enorme rispetto ai circa 60 gigawatt installati oggi. Questo significa che il potenziale c’è, ma fatica a tradursi in impianti reali. Permessi, connessioni alla rete e capacità industriale restano colli di bottiglia. A questo punto si deve scegliere: il governo continuerà a puntare su un predominio netto dei combustibili fossili frenando la crescita delle rinnovabili e mettendo a rischio la sicurezza energetica? O cambierà strada?

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