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Economia, Esteri, Sostenibilità

La mano di Draghi scuote i piani delle commissioni europarlamentari

28.02.2024

Il report di Mario Draghi annota a Bruxelles una progressiva stagnazione della competitività. Abbiamo ridotto la dipendenza energetica dalla Russia, ma il costo della bolletta elettrica è diventato doppio rispetto agli USA, e il settore produttivo europeo ne soffre le conseguenze. Serve accelerare transizione energetica e digitalizzazione.

Europa, che fare? Quando a Bruxelles hanno deciso di affidare a Mario Draghi la stesura del rapporto sulla competitività dell’Unione, nessuno poteva immaginare che l’ex presidente della Banca Centrale Europea avrebbe tirato fuori un virtuale, ma coloratissimo cartellino giallo. A chi? Nientedimeno che ai presidenti delle commissioni europarlamentari, il fulcro dei piani e delle decisioni che vengono portate nell’emiciclo per essere discusse e approvate. Colui il quale nel decennio scorso ha gestito, con l’autorevolezza e la trasversalità necessaria, la crisi del debito sovrano europeo, e nel 2012 pronunciò la celebre frase “costi quel che costi” per salvare la moneta unica, non si è fatto problemi nell’ammonire il prolungato surplace, un atteggiamento che porta alla progressiva stagnazione di risorse e capacità.

Che ci fosse una sostanziale mancanza di visione, necessaria a traguardare il futuro, lo si è capito quando a Draghi è stato chiesto quale fosse l’ordine delle riforme da mettere in atto, per ridare spinta e vigore alla UE. La risposta, lapidaria, da parte di chi sta elaborando il dossier sulla competitività, ma ne soppesa fin d’ora le criticità in attesa di consegnarne la versione completa a fine semestre, ha messo in chiaro la consapevolezza che non c’è più tempo da perdere e che occorre fare qualcosa.

Ovviamente, qualcosa in termini di investimenti che possano avere peso sia sul fronte pubblico che privato, per consentire all’Europa di reggere il confronto con Cina e Stati Uniti. L’incalzare di questi mercati, i termini di sviluppo di tecnologie e capacità di produzione, stanno penalizzando l’economia Ue in generale. È altrettanto evidente che c’è bisogno di un ordine strutturale nei meccanismi attuativi di leggi e regolamenti, perché tante direttive vanno a ingrossare i faldoni cartacei e digitali, senza che vengano effettivamente adottate, o permettendo che lo siano in modo diverso, da un Paese all’altro. Con questo andazzo, gli spazi di competitività dell’Ue sono destinati a minimizzarsi. Si è riusciti a ridurre la dipendenza dalle importazioni energetiche russe, ma il costo della bolletta elettrica è doppio rispetto agli Usa e il settore produttivo nei Paesi europei continua a pagarne le conseguenze.

Occorre perciò partire dai vantaggi che l’Ue è riuscita a darsi, nel campo delle politiche climatiche e nello sviluppo delle tecnologie digitali. Se si riuscirà a governare la transizione energetica, l’Europa godrà di forti benefici in termini di risorse da riconvertire in fasi di sviluppo successive, creando un volano di investimenti nella ricerca che potranno riguardare le fonti rinnovabili, la mobilità elettrica, la dinamica delle professioni e la crescita delle competenze. Si tratterà di agevolare i processi digitalizzazione e di avere padronanza dell’intelligenza artificiale generativa, per convogliarne le applicazioni, come già accade, in ambiti di primario interesse, come sanità e istruzione.

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