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Salute, Società

La sindrome del tempo che sfugge

22.03.2024

Non tutti riescono a tenere il passo di una realtà sempre più scandita da ritmi frenetici e da una velocità che tende ad estraniare le persone più che a coinvolgerle. Si fa strada un disturbo ancora oggetto di studi, che gli specialisti indicano in sindrome da distacco cognitivo che supera la percezione di scorrimento del tempo.

La vostra soglia d’attenzione sta calando? Provate punte di annebbiamento mentale, temporaneo o duraturo, una letargica lentezza nei tempi e nei gesti, convogliati in trasognatezza e deficitaria vigilanza? Ebbene, se la risposta è affermativa, la diagnosi è univoca: soffrite della sindrome da “disimpegno” cognitivo (CDS). Un disturbo strisciante che s’insinua come un serpente dall’età giovanile, fino (a volte) all’età adulta, attraverso un’acclarata difficoltà a restare al passo con gli avvenimenti che affollano giornate sempre più convulse (le nostre). Ed è singolare pensare che il sistema in auge, stritolato da un’incessante corsa che annulla distanze e polverizza rapporti, abbia finito per ribaltare posizioni e prospettive, relegando il sedicente homo-dominus nel ruolo di accessorio, non più il soggetto in grado d’imporre il ritmo (oltre che l’ordine delle cose).

Il lavoro stressante, la depressione, la frenesia degli appuntamenti da rispettare, le incombenze legate alla famiglia (con tanto di figli a cui assicurare un percorso virtuoso), i compiti a casa e la ricerca della giusta concentrazione, determinano tutt’insieme la percezione che il tempo sia sfuggente, e che l’entità (che esso rappresenta) di cambiare le cose, sia fuori controllo. Questa incapacità cronica (nella maggior parte dei casi) di percepire lo scorrere naturale del tempo, con alterazione del rapporto tra persona e passato-presente-futuro, viene denominata cecità temporale (time blindness, Weissenberger et al, 2021), che confluisce nel concetto ampio di disturbo cognitivo (da non parcellizzare, ma da inserire in ottica sistemica), allorquando alterazioni e deficit di alcune funzioni cognitive si affacciano all’orizzonte, compromettendo il quadro dell’elaborazione e della memorizzazione delle informazioni. Scatta l’allarme: percezione, attenzione e linguaggio della memoria, diventano precari per poi interferire significativamente con la vita individuale.

La cecità temporale è comunemente associata al disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD, acronimo inglese), trasformandosi, secondo lo psicologo statunitense Russell A. Barkley, in una singolare miopia al futuro, da parte di chi, allontanando gli eventi sine die, si occupa soltanto di compiti ravvicinati nel tempo, con comportamenti gravati da distraibilità, impazienza, difficoltà d’apprendimento e strascichi d’irascibilità, impulsività, assai frequenti in ambito scolastico. Cognitive Disengagement Syndrome (CDS) è la nuova terminologia (2022), per definire la Sluggish Cognitive Tempo, tempo cognitivo lento), un distacco dalla realtà esterna, visibile dall’apparenza assonnata e confusa, associata a lentezza nei movimenti, ma anche a problemi di eccitazione, sogni ad occhi aperti, disadattivi e attenzione orientata o selettiva nell’elaborazione rapida delle informazioni importanti da assumere. È come se questi soggetti vivessero in un tempo loro che non riesce a seguire la corrente generale degli avvenimenti. Studi epidemiologici indicano che sintomi di CDS sono presenti tra il 25 e il 40 per cento dei giovani che soffrono di ADHD, con picchi al 46 per cento tra gli adulti con ADHD nella forma senza iperattività. Quanti di noi hanno staccato la spina dell’attenzione rispetto al mondo circostante, sforzandosi poi con un impegno cognitivo suppletivo di mantenere la lucidità di “processare” la realtà (sempre più sfuggente, in verità)? Nella cura, il rapporto empatico come cardine della relazione, si fa stringente.

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