8 Gennaio 2026
/ 7.01.2026

L’assalto al petrolio venezuelano è una bomba climatica

La mossa dell'amministrazione Trump per riattivare i giacimenti in Venezuela innesca l'allarme degli esperti: rilanciare il greggio più pesante e inquinante del mondo aggraverebbe la crisi climatica globale

Il Venezuela è tornato al centro della scena energetica internazionale dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro. L’amministrazione Trump guarda ora ai giacimenti del Paese sudamericano come a una leva strategica per rilanciare l’estrazione di petrolio su scala globale. Una prospettiva che, secondo numerosi esperti di clima ed energia, avrebbe conseguenze rilevanti ben oltre i confini venezuelani.

Con circa 300 miliardi di barili di riserve accertate, Caracas detiene il primato mondiale del petrolio. Donald Trump ha indicato apertamente il suo obiettivo: coinvolgere le compagnie statunitensi nella ripresa della produzione, presentando l’operazione come un investimento destinato a ripagarsi da solo. “Le compagnie petrolifere entreranno, spenderanno soldi, riprenderemo il petrolio. Francamente avremmo dovuto farlo molto tempo fa. Un’enorme quantità di denaro esce dal sottosuolo e saremo rimborsati per tutto ciò che spenderemo”, ha dichiarato il presidente dopo l’estrazione di Maduro da Caracas.

Emissioni e greggio pesante

Il piano prevede miliardi di dollari per rimettere in funzione infrastrutture ormai fatiscenti e una revisione del quadro normativo, a partire dalla cancellazione dell’obbligo di partecipazione statale nei progetti petroliferi. Ma l’impatto più rilevante, avvertono gli esperti, non riguarda solo la politica industriale o i conti pubblici. Riguarda il clima.

Come ha spiegato a The Guardian Paasha Mahdavi, professore associato all’Università della California di Santa Barbara, aumentare la produzione dagli attuali livelli – circa un milione di barili al giorno – a 1,5 milioni significherebbe generare, una volta bruciato il greggio, circa 550 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno. Un volume di emissioni superiore a quello prodotto annualmente da economie come Regno Unito e Brasile.

“Se arrivano sul mercato milioni di barili al giorno di nuovo petrolio, una quantità enorme di CO₂ finisce in atmosfera, e la popolazione della Terra non può permetterselo”, ha spiegato al quotidiano inglese John Sterman, esperto di clima ed economia del Massachusetts Institute of Technology. L’effetto sarebbe amplificato dalle caratteristiche del greggio venezuelano, tra i più inquinanti al mondo. Gran parte delle riserve è composta da petrolio extra-pesante, ad alta intensità di carbonio e metano, che richiede più energia per essere estratto, trasportato e raffinato.

Sfide industriali e costi

Un aumento dell’offerta avrebbe anche conseguenze indirette ma decisive: prezzi più bassi del petrolio a livello globale e un rallentamento della transizione verso rinnovabili ed elettrico. “Se la produzione di petrolio aumenta, il cambiamento climatico peggiorerà più rapidamente e tutti perderanno, compresi i venezuelani”, ha osservato Sterman. “I danni climatici che il Venezuela subirà, insieme agli altri Paesi, supereranno quasi certamente qualsiasi beneficio economico di breve periodo”.

Sul piano industriale, la strategia appare tutt’altro che semplice. Dopo anni di sanzioni, cattiva gestione e sottoinvestimenti, il settore petrolifero venezuelano è in condizioni critiche. Secondo la società di ricerca e consulenza Energy Aspects, aumentare la produzione di 500 mila barili al giorno richiederebbe circa 10 miliardi di dollari e almeno due anni di lavori. Rystad Energy stima in 110 miliardi l’investimento necessario per tornare a 2 milioni di barili al giorno entro il 2030. Tornare ai livelli record degli anni Settanta – quando venne raggiunto il picco di 3,7 milioni di barili – implicherebbe lo sviluppo massiccio della Fascia dell’Orinoco, dove il greggio è più denso, più solforoso e molto più costoso da gestire.

“Il rischio politico e quello legato ai progetti sono enormi”, ha sottolineato Sterman. “È un’operazione estremamente complicata”. Non sorprende quindi che molte grandi compagnie restino caute. Chevron, l’unica major statunitense ancora operativa nel Paese, potrebbe muoversi più rapidamente, mentre ExxonMobil valuta con attenzione l’impatto della situazione sulle sue attività petrolifere in Guyana, Paese confinante. Ma una corsa generalizzata al petrolio venezuelano è tutt’altro che scontata.

Geopolitica e conseguenze

Le critiche si concentrano anche sulla dimensione geopolitica. Diverse organizzazioni ambientaliste hanno denunciato la strategia statunitense come un rilancio dello sfruttamento insostenibile delle risorse. “Gli Stati Uniti devono smettere di trattare l’America Latina come una colonia da cui estrarre materie prime”, ha affermato a The Guardian Elizabeth Bast, direttrice esecutiva di Oil Change International. “Il futuro del Venezuela deve essere deciso dal popolo venezuelano, non dai dirigenti delle compagnie petrolifere statunitensi”.

Patrick Galey, responsabile delle indagini sui combustibili fossili di Global Witness, ha parlato al quotidiano inglese di “un altro conflitto alimentato dai combustibili fossili”. Finché, sottolinea, i sistemi energetici resteranno dipendenti da petrolio e gas, intere popolazioni continueranno a essere esposte agli interessi di potenze esterne e leader autoritari.

Rilanciare massicciamente l’estrazione in Venezuela significherebbe aumentare la produzione di uno dei petroli più pesanti e inquinanti al mondo, con conseguenze dirette su emissioni, prezzi globali e investimenti in energia rinnovabile. I profitti immediati potrebbero essere reali, ma i costi ambientali e le complicazioni economiche rischiano,nel medio termine,di superare di gran lunga i benefici.

CONDIVIDI

Continua a leggere