25 Marzo 2026
/ 25.03.2026

L’Australia dice stop a pesca e trivellazioni, aumentano le aree protette

Mezzo milione di km² verso tutela integrale: il governo tenta di rimediare ai tagli del passato senza riaccendere lo scontro politico

L’Australia prova a riscrivere la sua politica marina senza riaprire vecchie fratture. Il ministro dell’Ambiente Murray Watt ha avviato una revisione dei piani di gestione di 44 parchi marini nazionali con un obiettivo preciso: estendere di oltre 500mila chilometri quadrati le aree “altamente protette“, quelle in cui pesca e attività estrattive sono vietate. Un passaggio necessario per raggiungere il target internazionale del 30% di oceani tutelati entro il 2030, ma anche per correggere scelte politiche controverse del passato recente.

Il peso delle decisioni passate

Il problema risale al 2018, quando una revisione voluta dai governi conservatori ridusse drasticamente il livello di protezione in oltre un milione di chilometri quadrati di oceano. Una mossa che aprì vaste aree a pesca industriale e trivellazioni, segnando – secondo diversi studi – il più grande declassamento di un’area protetta mai registrato a livello globale. Oggi quella decisione pesa come un macigno sulla difesa della biodiversità.

La revisione avviata dall’esecutivo laburista si presenta quindi come un’operazione di “ripristino”, ma con un equilibrio delicato: rafforzare le tutele senza innescare un conflitto frontale con i settori economici coinvolti. Non a caso Watt insiste sulla necessità di evitare “guerre culturali”, consapevole che il tema ambientale in Australia è stato spesso terreno di scontro politico più che di pianificazione.

Quanto manca al 30%

Attualmente circa il 24% delle acque australiane gode di protezione elevata, pari a 2,2 milioni di chilometri quadrati. Per arrivare al 30% servono altri 523.980 km², che il governo intende ottenere ampliando le riserve esistenti e istituendone di nuove. Un percorso che si svilupperà nei prossimi anni: i primi aggiornamenti riguarderanno il Mar dei Coralli e la rete Temperate East, con scadenze che arrivano fino al 2028.

Ma i numeri, da soli, non bastano. Organizzazioni ambientaliste e comunità scientifica chiedono che la protezione sia anche “di qualità”, cioè distribuita in modo rappresentativo tra diversi habitat marini. Oggi canyon sottomarini, montagne oceaniche e scogliere rocciose restano in gran parte esclusi dalle zone a tutela rigorosa, proprio mentre il cambiamento climatico ne aumenta la vulnerabilità.

Tra economia e biodiversità

Il punto critico resta la convivenza tra conservazione e interessi economici. La pesca commerciale e l’industria petrolifera sono attori con peso crescente. Il governo sostiene che sia possibile ampliare le aree protette senza penalizzare questi settori, ma la partita si giocherà sulle mappe: quali zone chiudere davvero e quali lasciare aperte.

Gli ambientalisti vedono nella revisione un banco di prova concreto. Dopo anni di arretramenti, chiedono segnali chiari, non solo impegni formali. Anche perché l’Australia ospita ecosistemi unici al mondo, dal Mar dei Coralli – spesso definito il “Serengeti dell’oceano”– alle barriere coralline più remote.

Una finestra che si apre ogni dieci anni

La revisione dei parchi marini avviene per legge ogni decennio. Questo rende il momento attuale decisivo: le scelte fatte ora definiranno il livello di protezione fino alla metà del prossimo decennio, in un contesto di crescente pressione climatica sugli oceani.

Per il governo australiano è l’occasione di dimostrare che la tutela ambientale può uscire dalla logica dello scontro ideologico e diventare politica strutturale. Per gli ecosistemi marini è una possibilità concreta di sopravvivenza.

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