10 Gennaio 2026
/ 9.01.2026

Le banane tropicali sbarcano in Sicilia

Chiquita, il colosso mondiale delle banane, ha scelto la Sicilia per il suo primo esperimento di coltivazione europea. Nel 2026 arriverà nei supermercati la banana con il bollino “Prodotto Italiano”

Il Mediterraneo sta cambiando pelle, e non è una metafora. La notizia che Chiquita, il colosso mondiale delle banane, abbia scelto la Sicilia per il suo primo esperimento di coltivazione europea non è solo una curiosità agricola: è il termometro di un cambiamento climatico che sta ridisegnando la geografia dell’agricoltura mediterranea. La banana, pianta tropicale per eccellenza, non è solo un nuovo prodotto a chilometro zero: è un campanello d’allarme, perché cresce dove le temperature non scendono troppo e gli inverni sono sempre più miti.

La multinazionale del “Bollino Blu” ha già piantato ventimila piante di banano biologico tra Marsala e Campobello di Mazara, in collaborazione con la cooperativa Alma Bio. I primi frutti sono attesi quest’anno, quando nei supermercati italiani farà la sua comparsa una banana che affiancherà al celebre bollino blu la dicitura “Prodotto Italiano” – un binomio che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza.

Da anni era coltivata da piccole aziende

Ma attenzione: la Sicilia non è del tutto estranea alle banane. Da anni, alcune piccole aziende coltivano una varietà locale, più piccola e tozza di quella commerciale, che si è adattata al clima dell’isola. Quella varietà locale ha un nome preciso: “banana antica comune siciliana” (Musa acuminata). È una cultivar rustica e aridoresistente, capace di tollerare gli sbalzi termici e i venti costieri meglio delle banane commerciali, pur temendo le gelate più intense. Produce per ondate quasi tutto l’anno grazie ai polloni basali, e i suoi frutti sono più corti e tozzi, spesso con sezione triangolare o quadrangolare. È l’esito di un lungo adattamento al microclima isolano: una storia agronomica diversa, che convive ma non si sovrappone al progetto industriale sulle “banane classiche”.

Anche mango e avogado

La vera novità è che ora anche le banane tropicali “classiche”, quelle che siamo abituati a comprare da sempre, possono crescere in quello che era il regno degli agrumi. Il progetto Chiquita si inserisce in un trend più ampio: il Mediterraneo sta diventando terra di frutti tropicali. Mango e avocado hanno già conquistato oltre 500 ettari tra Palermitano e Catanese, con produzioni che stanno conquistando spazi nella grande distribuzione. Il motivo? Inverni sempre più miti, estati più lunghe e calde, piogge concentrate in brevi periodi – in altre parole, un clima sempre più simile a quello delle regioni tropicali.

Per gli agricoltori, questa “tropicalizzazione” rappresenta nuove opportunità di mercato, con prodotti esotici coltivati a chilometro zero. Ma la medaglia ha un rovescio: le stesse condizioni che favoriscono banane e mango mettono in difficoltà le colture tradizionali mediterranee. Grano duro, agrumi, ulivi e vitigni autoctoni devono fare i conti con siccità prolungate, ondate di calore sempre più intense e parassiti prima sconosciuti.

Ma per grano e ulivi si fa dura

“La banana Prodotto Italiano non è solo un’etichetta, ma una dichiarazione d’intenti”, spiega Costabile Romano, direttore commerciale di Chiquita Italia. Un’affermazione che, involontariamente, racconta molto più di una strategia aziendale: racconta di un Mediterraneo che sta cambiando, dove l’eccezionale diventa normalità e i confini tradizionali dell’agricoltura si spostano insieme alle isoterme.

Vedere una piantagione di banane Chiquita all’ombra dell’Etna non è quindi solo una curiosità economica o un’innovazione agricola. È il segno tangibile di come il cambiamento climatico stia già modificando il nostro territorio, le nostre coltivazioni, la nostra tavola. E com’è ovvio, ogni medaglia ha il suo rovescio: se il clima favorisce frutti tropicali, allo stesso tempo mette in difficoltà colture storiche come grano duro, agrumi, ulivi e vitigni autoctoni, che rischiano di soffrire siccità prolungate, ondate di calore sempre più violente e parassiti prima sconosciuti. La biodiversità agricola mediterranea, costruita in secoli di storia, potrebbe subire uno stravolgimento.

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