5 Aprile 2025
/ 4.04.2025

Le microplastiche nel suolo fanno crescere la resistenza agli antibiotici

Le microplastiche offrono superfici perfette per la formazione di comunità microbiche. Una “palestra” evolutiva dove i batteri non solo sopravvivono, ma si scambiano geni di resistenza agli antibiotic

Siamo abituati a sentir parlare di microplastiche negli oceani, tra tartarughe minacciate e pesci impigliati in rifiuti invisibili. Ma c’è un fronte meno noto, eppure altrettanto allarmante, su cui si sta giocando una silenziosa partita per la salute del pianeta: quello sotto i nostri piedi. Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Sustainability e frutto della collaborazione tra Enea, il Joint Research Centre della Commissione europea, Crea e le Università di Milano e della Tuscia, ha messo nero su bianco un dato inquietante: le microplastiche nel suolo non solo contaminano l’ambiente, ma contribuiscono attivamente alla diffusione della resistenza agli antibiotici.

Sì, avete letto bene. Quei minuscoli frammenti di plastica che si accumulano nei campi agricoli non sono solo rifiuti inerti, ma veri e propri taxi molecolari per batteri resistenti. La spiegazione, come racconta Annamaria Bevivino di Enea, è semplice e preoccupante allo stesso tempo: nei terreni trattati con fertilizzanti e acque reflue (spesso contaminati da antibiotici), le microplastiche offrono superfici perfette per la formazione di comunità microbiche. Un’ideale “palestra” evolutiva dove i batteri non solo sopravvivono, ma si scambiano geni di resistenza, diventando via via più immuni ai nostri farmaci.

Il comportamento dei batteri

Lo studio ha identificato quattro batteri particolarmente a loro agio sulla superficie delle microplastiche. Non solo si nutrono del materiale plastico, ma sono anche efficienti nel diffondere la resistenza agli antibiotici. Per questo motivo, potrebbero diventare preziosi bioindicatori, sentinelle microscopiche in grado di raccontarci lo stato di salute dei suoli agricoli e l’impatto reale dell’inquinamento da plastica.

I ricercatori sono arrivati a questi risultati analizzando le sequenze di Dna batterico provenienti da ben 885 campioni di suolo raccolti in tutta Europa. Hanno così individuato 47 geni legati alla degradazione della plastica, tra cui quattro particolarmente attivi contro composti come stirene, benzoato, benzene e xilene—le molecole di base con cui costruiamo oggetti quotidiani, dalle bottiglie alle vaschette di polistirolo.

Ma l’impatto delle microplastiche va oltre la microbiologia. I dati parlano chiaro: la loro presenza altera le proprietà fisico-chimiche del suolo, con effetti concreti sulla resa agricola. Alcuni studi segnalano una diminuzione delle colture compresa tra l’11% e il 24% in terreni ad alta concentrazione di residui plastici. Un danno tutt’altro che trascurabile, soprattutto in un’epoca in cui la sicurezza alimentare è una delle grandi sfide globali.

La resa dei campi diminuisce

E non è finita qui. Secondo la Fao, più del 30% dei suoli mondiali è degradato, con una perdita di produttività agricola stimata in circa 40 miliardi di dollari l’anno. In Europa la situazione è ancora più critica: oltre il 60% dei terreni risente degli effetti combinati di inquinamento, urbanizzazione, cambiamenti climatici e pratiche agricole non sostenibili. La massiccia diffusione di fertilizzanti e compost, spesso contenenti microplastiche, non fa che peggiorare il quadro.

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