26 Febbraio 2026
/ 26.02.2026

L’estinzione del “Buongiorno”: perché abbiamo smesso di guardarci in faccia (e come ricominciare)

Dalle cuffie "scudo" al timore del rifiuto: la nostra incapacità di parlare con gli sconosciuti sta creando una recessione emotiva senza precedenti. Ma la soluzione è a portata di voce

C’è un gesto che compiamo tutti, decine di volte al giorno, senza nemmeno farci caso: lo “scudo tecnologico”. Sull’autobus, in fila alle poste, persino in ascensore col vicino di pianerottolo. La mano corre al telefono e alziamo un ponte levatoio, tra i noi e gli altri.

Eppure, proprio in quei brevi, apparentemente inutili scambi con chi non conosciamo, risiede il muscolo cardiaco della nostra convivenza civile.

La dittatura del silenzio

Non è solo una sensazione da nostalgici. Gli esperti parlano di una vera e propria “recessione relazionale globale“, come spiega Viv Groskop sul Guardian. La psicologa Esther Perel sottolinea come parlare con gli sconosciuti sia una pratica, un esercizio costante che rafforza i nostri muscoli sociali. Oggi, invece, preferiamo l’asettica perfezione di un touchscreen. Nei fast food ordiniamo tramite un monitor per non dover modulare la voce con un cassiere; sui mezzi pubblici le cuffie a cancellazione di rumore urlano un “non disturbarmi” ancora prima che qualcuno apra bocca.

Il risultato? Una generazione, la Gen Z, che secondo il neuroscienziato Jared Cooney Horvath sta ottenendo risultati cognitivi inferiori alle precedenti. Non perché manchino le capacità, ma perché manca l’allenamento all’imprevisto. Una conversazione con uno sconosciuto è un’avventura senza paracadute: non sai cosa dirà l’altro, non puoi cancellare o modificare il tuo messaggio.

Il paradosso dei social

C’è poi un lato oscuro nel tentativo moderno di recuperare questa socialità: la sua spettacolarizzazione. Ma il vero contatto non ha bisogno di una videocamera. Come suggerisce Gillian Sandstrom dell’Università del Sussex, dovremmo puntare sui “piccoli atti umanizzanti”. Un commento sul ritardo del treno, una battuta sul meteo che sembra un cliché ma è invece un ponte. Questi micro-momenti abbassano la pressione sanguigna della società e ci ricordano che non siamo soli in un mare di algoritmi.

Il rischio del rifiuto contro il rischio dell’isolamento

Perché abbiamo così paura? Temiamo di essere invadenti, di sembrare pazzi o di venire respinti. Ma la scienza (e uno studio dell’Università della Virginia lo conferma) ci dice che siamo pessimisti cronici: sopravvalutiamo il disagio e sottovalutiamo quanto, in realtà, un breve scambio possa illuminare la giornata — nostra e degli altri.

Certo, non tutti vogliono parlare e non tutti i momenti sono quelli giusti. Ma il punto è mantenere viva la capacità di farlo. Saper leggere un segnale, un sorriso o uno sguardo basso fa parte di quel codice umano che stiamo perdendo. Non serve una ricerca per la pace nel mondo; basta un “Fa freddo oggi, vero?”.

Forse parlare con uno sconosciuto non ci cambierà la vita, ma la sua totale assenza la renderà sicuramente più povera, più fredda e terribilmente più sola.

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