14 Giugno 2024
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Cultura, Musica

L’Europa raccontata dalla nona sinfonia di Beethoven

08.06.2024

Musica come esperienza spirituale ed esortazione alla fratellanza. La nona Sinfonia in re minore dell’opera di Ludwig van Beethoven indica ancora la strada dell’impegno e della concordia e traccia il percorso dell’Europa che verrà.

Theater am Kärntnertor, Teatro di Porta Carinzia, Vienna. C’erano tutti quella sera, il 7 maggio del 1824: dal Cancelliere Metternich, uno dei protagonisti del Congresso di Vienna, al generale Wellington, reduce dalla vittoria sulle truppe napoleoniche, dopo un ventennio che aveva offuscato i valori di tolleranza e di dignità universali propugnati da Rousseau, da Cesare Beccaria, dagli illuministi. E, c’era lui, chiuso nella capsula isolante della sordità: Ludwig van Beethoven. A voltare idealmente le pagine di quella sua partitura scritta con ardore, battendo i tempi per un’orchestra che non poteva sentire. Il contralto Caroline Unger, alla fine dell’esecuzione, aveva invitato il maestro a voltarsi per ricevere, tra uno sventolio di fazzoletti, il tripudio di un pubblico festante. Nella monumentalità di «turbolenze primitive e nell’anelito di chiarezza ed armonia» (Furtwaengler) la Sinfonia n.9 stava per consegnare un messaggio di pace, «il più grande atto d’amore verso l’umanità compiuto da un musicista» (Dallapiccola).

In quella mirabile sintesi di suoni e significati che rende sublime la poesia trasformandola in arte, perché non v’è opera che non rifletta visione. Una cattedrale musicale aperta ad anime e coscienze sgombre da pregiudizi. E se, nell’indifferenza totale della natura, leopardianamente, ci s’avvede delle catastrofi provocate dagli esseri umani, si fa largo in Beethoven una dimensione di pace “celeste”, una sorta di messaggio illuministico incarnato dai suoni, di chi si assume le proprie responsabilità, utilizzando intelligenza e sensibilità (Kant, docet). Allora, seguire il percorso di questo genio imperfetto (carattere brusco e limitazioni fisiche) ma capace di sprigionare magmatica virtuosità artistica, diventa viaggio di formazione. Veicolato, per i 200 anni da festeggiare, attraverso la sinfonia corale di quattro orchestre (Gewandhaus di Lipsia, Philharmonie de Paris, Teatro alla Scala, con Chailly e il 3° movimento, Wiener Symphoniker), trasmessa da Arte, il canale televisivo franco-tedesco con sede a Strasburgo. Affiancandosi, pure, all’ammirazione di Riccardo Muti, dopo il recente concerto celebrativo alla testa dei Wiener Philarmoniker: «La Nona viene simbolicamente identificata nell’ultimo movimento (il 4°), quello dell’Ode alla Gioia di Friedrich Schiller che è diventato l’inno europeo. Nella lotta dell’uomo per conquistare la felicità nel segno della fratellanza universale, ha creato un patrimonio che è dell’umanità intera. Oggi, nel mondo in fiamme, il suo messaggio di libertà è più attuale di sempre». Di certo, tra divisioni e contrapposizioni, rimane arduo pensare ad un’invocazione alla gioia (freude) illuministicamente sentita quale slancio vitale, impegno a superare i propri egoismi in un clima di fratellanza, quando vengono (ri)costruiti muri, i confini racchiudono orti in cui coltivare opportunismi e rendite di posizione, in barba ai trattati avversi ai sovranismi nazionali. Forse, lo stesso Beethoven, avrebbe tacciato Comunità Europea (1985) e, a seguire UE, di appropriazione indebita dell’inno stesso adottato come emblema ufficiale.

Che fine hanno fatto quegli ideali di moralità e sacralità nel dovere e nella primazia degli esseri umani come individui liberi e razionali da lui perseguiti? Prevale il rischio che della Sinfonia n.9 “si ascolti il mito” e non invece la scansione di una melodia che da suono siderale lontanissimo, monta per diventare lampo drammatico, prorompente energia composita, a rappresentare la fratellanza universale. Forza tellurica. A differenza di Ludwig, non siamo affetti da sordità. Proviamo ad ascoltare la crisi. L’Europa aspetta l’unità ritrovata.

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