27 Febbraio 2024
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Cultura

L’ignoranza organizzativa

26.01.2024

La platea degli influencer e no-vax, dei santoni dispensatori di bufale e fake-news avanza minacciosa a colpi di link. L’ignorante di oggi sa tutto perché ha sempre un link disponibile. Ma quanto la nostra dipendenza dalle nuove tecnologie ha contribuito all’impoverimento delle conoscenze più radicate? Domanda che resta aperta.

Un vero e proprio ginepraio inestricabile. Vi sono cose che sappiamo di sapere (known knowns), sappiamo che alcune cose esistono, ma non le conosciamo (known unknowns) e altre che non sappiamo di non sapere (unknown unknowns). Con l’implicita ammissione che al progresso tecnologico non corrisponda automaticamente una diminuzione dell’ignoranza, questa bestia proteiforme che si annida nei gangli della nostra società solo apparentemente evoluta. Difficile districarsi tra tecnica montante, conoscenza ed ignoranza, ma la tesaurizzazione dei saperi accumulati da ogni disciplina innesca il motore della ricerca scientifica. A sfogliarla sembra proprio una enciclopedia quella dell’ignoranza, difficile da definire, secondo Peter Burke (“Ignoranza. Una storia globale”) uno dei massimi storici della cultura. Eppure, se ne contano più di 50 specie, intrecciate in un gioco di rimandi a costellare la lunga storia dell’umanità, quale ombra del sapere, suo riverbero a volte ineliminabile.

Così si passa dall’ignoranza deliberata all’incolpevole, da quella selettiva alla tipologia utile, dall’asimmetrica all’ignoranza attribuita. In un prisma di effetti sulla quotidianità, nei rapporti interpersonali, eppoi, in ambito scientifico, filosofico, religioso, geografico, tale da ingenerare conseguenze in affari, politica, guerra. Schivati i soliti rinvii a Socrate che sa di non sapere, il campo d’indagine illumina il Rinascimento sulle ombre oscure del Medioevo, e l’Illuminismo che si proclamava l’età del sapere e della regione. E se interi Stati “ignari” annaspano in mancanza di burocrazie efficienti, statistiche, studi, censimenti, catasti, davanti a un’emergenza pandemica, una catastrofe idrogeologica, o in una guerra nella quale si riscontra il vuoto informativo dei propri eserciti, è in quella particolare dimensione, dentro organizzazioni sociali o imprese di grandi dimensioni, in cui c’è uno scollamento (informazioni non verificate e decisioni sbagliate su pregiudizi) tra i vertici e chi opera a livelli più bassi, che l’ignoranza diventa “organizzativa”. A soccorre arrivano, dunque, i cosiddetti ignorance studies dell’Università di Cambridge (vedi, il prof. Burke) che, attraverso la sociologia dell’ignoranza , investigano sulla sua pianificazione strategica all’interno della società, ritenuta trasparente soltanto per via d’una informazione più accessibile, ma sostanzialmente votata allo stravolgimeno linguistico (la guerra chiamata “operazione speciale”),all’insabbiamento della realtà e alla disinformazione (es. casi Snowden ed Assange). Poi, ad un tratto siamo rimasti impigliati nella Rete, quella di Internet, annegando nel mare della soggettività: ciascuno dice la sua, su tutto, e l’esercito degli opinionisti a cui non è richiesto alcun parere s’è ingrossato a dismisura. L’accesso democratico a qualsiasi tipo d’informazione non è corrisposto alla qualità della conoscenza media. Le fonti si sono moltiplicate, autorizzando chiunque alla citazione delle stesse, salvo verificarne, però, autenticità ed attendibilità.

La pletora degli influencer, no-vax, dei santoni dispensatori di bufale e fake-news, avanza minacciosa a colpi di link (dove ha letto chissà cosa). Paradosso: «Chi studia trent’anni prima di parlare è un arrogante, chi consulta internet per 5 minuti è un cittadino informato» (Burioni e Dr.House). Grazie al web sono diventate saccenza: ignoranza e stupidità s’intrecciano. E l’immaginazione (sessantottina) al potere cede il passo al vuoto.

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