14 Giugno 2024
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Istruzione, Spettacolo, Storie

L’ignoranza si deve studiare

16.04.2024

Alberto Manzi conduce “Non è mai troppo tardi”.

“Non è mai troppo tardi” è indicato dall’Unesco come uno dei migliori programmi televisivi, mai esistiti, per la lotta contro l’analfabetismo. Grazie ad Alberto Manzi di questa singolare rivoluzione nel metodo di educazione degli adulti, conosciuto e citato nella letteratura pedagogica in tutto il mondo. Leggiamo la storia.

La confidenza tutta italiana con il classico stellone portafortuna, unitamente ad una prodigiosa forza propulsiva per risollevarsi dalle macerie fisiche e morali di una guerra devastante, avevano indirizzato i passi di un Paese ancora smarrito verso il cosiddetto “miracolo economico”, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. L’Italia attiva e benestante, industriosa anche se non sufficientemente industriale che ambiva a rinnovamento e progresso, era segnata da radicali tensioni sociali, spinte migratorie, sacche d’arretratezza innervate da analfabetismo (il 10% della popolazione alla metà degli anni ’50) e da “una lingua imperfettamente nazionale che copre un corpo storico-sociale frammentario” (Pasolini). Proprio mentre l’imberbe televisione (1954), alla ricerca costante di contenuti si affida a modelli culturali preesistenti (teatro, varietà, giornale o la lezione accademica modello prof. Cutolo, “Una risposta per voi”), si trasforma (consapevolmente, chissà) in medium capace di rimodellare le funzioni della scuola tradizionale per innalzare il livello medio di alfabetizzazione e far da collante ad una lingua coesa, comune, accessibile e immediata, al di là di ogni dialettizzazione.

È così che nascono strutture Rai come Telescuola e principalmente Non è mai troppo tardi, programma spartiacque di un italiano condiviso, considerato, però, in termini prevalentemente didattici ed operativi. La tv delle origini, grazie a quella trasmissione, condotta da un vero maestro, Alberto Manzi (dal 1960 al 1968) che proponeva lo svolgimento di lezioni scolastiche, conquistò una straordinaria popolarità. Trasmessa in orario preserale, con una rete diffusa di 2000 punti d’ascolto (Pat) allestiti lungo tutta la penisola anche per chi non possedeva il televisore, integrava argomenti ministeriali con temi d’attualità, in una miscela di cultura e didattica, dalle lettere dell’alfabeto alle operazioni matematiche, dalla vita quotidiana al sistema solare. L’insegnamento nel carcere minorile Aristide Gabelli di Roma, subito dopo la guerra, e la lunga striscia di insegnante e educatore, in seguito, nelle scuole elementari, aveva inciso su un conduttore atipico, dall’approccio morbidamente diretto e singolarmente ironico (nello stile della sua romanità). Le esperienze maturate nei frequenti viaggi in America del Sud, per periodi d’insegnamento e le ricerche sulle condizioni sociali e culturali di un’umanità tenuta ai margini, erano riuscite ad affinare un metodo pedagogico sempre in fieri, trasformando l’attività didattica ed il lavoro educativo in piattaforma di responsabilità e presa di coscienza sulla realtà contestuale.

Sì, è bello insegnare a leggere e a scrivere, tanto che, dopo il primo anno del programma, ben 35.000 persone ottennero il diploma (sul milione gli adulti alfabetizzati finali), ma occorre farlo (questa la condizione) senza estraniarsi dal mondo, perché solidarietà e libertà, l’avversione per ogni forma di violenza e di razzismo, restano le coordinate entro cui inscrivere il proprio percorso di esseri umani integrati in un ambiente naturale e sociale improntato al rispetto delle regole. Il registro della fantasia delle sue opere per ragazzi (oltre 120) come Grogh, storia di un castoro (1952) e Orzowei (1955), incline a provocare i turbamenti con intenzionalità formativa, le successive lauree in biologia, in filosofia e pedagogia, attestano una costante “tensione cognitiva”, cioè il desiderio di conoscere la realtà per cercare risposte, su cui l’insegnante co-costruisce con gli allievi il percorso di insegnamento e apprendimento. «Se vogliamo sconfiggere la cosa più terribile di tutte, l’ignoranza, si deve studiare. Soltanto l’istruzione potrà far sì che tutta l’umanità possa vivere meglio». Il compendio: “Educare a pensare”.

Credito fotografico: dominio pubblico

 

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