Da qualche decennio a Roma, dai pini domestici di Villa Borghese ai cedri di Piazza Vittorio, se si alza il naso all’insù, è possibile osservare un panorama sonoro e visivo fatto di uno sfrecciare di piume verdi, di richiami striduli. Per molti cittadini e turisti è una simpatica nota di colore, per gli esperti rappresenta un caso di studio sulla resilienza della natura e sulle dinamiche delle specie alloctone.
L’occupazione degli “spazi vuoti“
Ma facciamo un passo indietro. Secondo un recente studio dell’Università di Torino, pubblicato su Ecological Indicators, il successo dei parrocchetti nelle città italiane non è un frutto del caso o di una sopraffazione violenta. Al contrario, è il risultato della capacità di occupare uno spazio vuoto.
Nelle comunità urbane di uccelli, infatti, esistono delle nicchie ecologiche non sfruttate dalle specie autoctone, come passeri, merli o pettirossi. E nello specifico la ricerca, condotta analizzando la situazione in sei città italiane, ha evidenziato come queste specie non abbiano propriamente “rubato” il posto alla fauna locale; piuttosto, sembrano aver colonizzato habitat urbani che le popolazioni autoctone non riuscivano a valorizzare appieno.
I parrocchetti, e in particolare le due specie note come “dal collare” e “monaco”, hanno beneficiato strategicamente del microclima cittadino, più caldo rispetto alle campagne circostanti, e della costante disponibilità di cibo garantita dai parchi pubblici.
Laboratorio a cielo aperto
Se lo studio svolto dai ricercatori dell’Università di Torino offre una cornice generale, Roma rappresenta invece il laboratorio a cielo aperto più significativo d’Italia: la presenza di questi uccelli nella capitale non è un fenomeno recente, ma affonda le radici in una storia lunga ormai trent’anni.
Le prime segnalazioni stabili, infatti, risalgono alla metà degli anni Novanta, quando piccoli nuclei iniziarono a stabilizzarsi in alcune aree verdi cittadine, come per esempio il Parco della Caffarella. Inizialmente si fantasticava su fughe rocambolesche da spedizioni aeroportuali o liberazioni di massa, ma la realtà è legata alla diffusione dei pappagallini come animali da compagnia: molti esemplari sono sfuggiti alla cattività, mentre altri sono stati rilasciati dai proprietari che non riuscivano a gestire la loro “rumorosità” e la loro longevità.
Nel tempo, poi, la popolazione è letteralmente esplosa, e ha colonizzato i grandi polmoni verdi come Villa Pamphilj, Villa Ada, il Parco degli Acquedotti e i giardini storici del centro. E oggi sono migliaia gli esemplari che vivono in equilibrio con il contesto urbano, che offre loro alberi esotici e cavità ideali per nidificare. Come detto, però, sono due le specie principali che abitano la capitale.
Due specie, due strategie
C’è il parrocchetto dal collare, originario delle fasce tropicali di Africa e Asia: slanciato, ama nidificare nelle cavità naturali degli alberi, ed è proprio per questa sua caratteristica che rappresenta il principale competitore per specie nostrane come i picchi, con i quali si contende i buchi nei tronchi più adatti.
Poi c’è il parrocchetto monaco, che viene dal Sudamerica e segue una strategia opposta: è l’unico pappagallo al mondo capace di costruire nidi condominiali intrecciando rametti. Queste strutture, particolarmente visibili sui grandi alberi delle piazze storiche, possono raggiungere pesi considerevoli e ospitare diverse famiglie. Un’architettura complessa, che rende questo pappagallino molto più visibile e radicato nel tessuto urbano: trasforma gli alberi di Roma in “grattacieli” naturali per i volatili.
Gestione urbana tra tutela e monitoraggio
La gestione di questa popolazione di pappagalli è un tema che divide profondamente l’opinione pubblica tra chi tifa per l’esotico e chi teme per la tutela della biodiversità originaria.
Attualmente, il Comune di Roma e gli enti regionali operano un monitoraggio costante con il supporto scientifico dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – ISPRA – e delle principali associazioni ambientaliste come la LIPU. Non sono previsti piani di eradicazione cruenta: l’approccio è concentrato sul controllo e sulla prevenzione.
Come? Le autorità intervengono prioritariamente per garantire la sicurezza pubblica, specialmente nel caso dei pesanti nidi dei parrocchetti monaci che possono compromettere la stabilità dei rami più fragili. E si opera con estrema cautela, effettuando gli interventi di rimozione e messa in sicurezza nei periodi più lontani dalla riproduzione, così da tutelare il benessere degli animali.
Parallelamente, si lavora nelle aree periurbane, come ad esempio il litorale di Maccarese, per mitigare attraverso dissuasori sonori i danni che i pappagalli possono arrecare ai frutteti. Infine, resta fondamentale l’opera di educazione ambientale: gli esperti invitano i cittadini a non alimentare questi uccelli per evitare di alterare ulteriormente gli equilibri naturali e per ricordare che, nonostante il loro fasciano, restano una specie aliena inserita in un ecosistema delicato.
Insomma, la sfida per Roma è la ricerca di una convivenza sostenibile.
