C’è chi il 7 gennaio deve ancora togliere le decorazioni di Natale e chi, il 3 gennaio, ha già finito il proprio “budget di carbonio” annuale. Sono i numeri contenuti in una nuova analisi di Oxfam: lo 0,1% più ricco della popolazione mondiale ha esaurito in tre giorni la quantità di CO₂ compatibile con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi. L’1% più abbiente ci ha messo appena dieci giorni. Tutti gli altri, gli altri 8 miliardi di persone, sono ancora formalmente “in credito”.

Le emissioni generate dall’1% più ricco del Pianeta in un solo anno, stima Oxfam, potrebbero causare 1,3 milioni di morti legate al surriscaldamento globale entro la fine del secolo. Un bilancio umano che rende l’espressione “stile di vita ad alte emissioni” improvvisamente molto concreta.
E mentre una minoranza consuma CO₂ come se si potesse farlo in modo illimitato, i costi si scaricano altrove. I danni economici provocati da decenni di emissioni eccessive dei più ricchi, potrebbero arrivare,nei Paesi a basso e medio-basso reddito, a toccare i 44 mila miliardi di dollari entro il 2050. Una cifra che si traduce in infrastrutture distrutte, raccolti persi, sistemi sanitari sotto pressione, migrazioni forzate.
Il problema non è solo come vivono, ma dove investono
Non c’è solo il jet privato o la villa energivora. La ricerca Oxfam mette sotto la lente dell’analisi anche i portafogli finanziari. In media, ogni miliardario investe in aziende responsabili per l’emissione di 1,9 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno. Queste emissioni non sono un effetto collaterale: sono il risultato di scelte d’investimento in settori fossili e ad alta intensità di carbonio che continuano a essere estremamente redditizi.
Se l’obiettivo climatico di 1,5 gradi ha ancora un senso operativo, la matematica è spietata: l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030. Non del 20, non del 50. Del 97%. Il che spiega perché il dibattito politico preferisca parlare di piccoli aggiustamenti individuali piuttosto che di grandi concentrazioni di responsabilità.
“Le ricerche dimostrano che i governi hanno a disposizione una strada molto chiara e semplice per ridurre drasticamente le emissioni di carbonio e affrontare le disuguaglianze: puntare sui più ricchi inquinatori”, ha spiegato Nafkote Dabi, responsabile delle politiche climatiche di Oxfam.
Chi paga il conto
Il paradosso finale è noto, ma vale la pena ricordarlo. A subire gli impatti peggiori della crisi climatica saranno le comunità che hanno contribuito meno al problema: Paesi poveri e vulnerabili, popolazioni indigene, donne e ragazze. Non perché il clima sia ingiusto per natura, ma perché lo è il modello economico che lo governa.
La crisi climatica, in altre parole, non è solo una questione ambientale. È una questione di potere, di ricchezza e di responsabilità. E i primi tre giorni dell’anno ci ricordano che qualcuno il pianeta lo consuma come se fosse usa e getta.
