Per anni abbiamo fatto i conti senza una voce fondamentale. Un nuovo studio internazionale dimostra che escludere l’oceano dalle valutazioni economiche del clima ha portato a sottostimare pesantemente i danni della CO₂. Quando si mette finalmente il mare nel bilancio, il costo sociale del carbonio quasi raddoppia.
La ricerca – che coinvolge anche scienziati del Cmcc – introduce un concetto base che finora era stato curiosamente ignorato: se misuriamo anche ciò che il riscaldamento globale provoca a ecosistemi marini e attività economiche che dipendono dal mare, il prezzo reale delle emissioni cambia radicalmente. E non in meglio.
Il “costo nascosto” della CO₂
Il costo sociale del carbonio è il numero che gli economisti usano per stimare quanto danno produce, in termini monetari, una tonnellata di CO₂ emessa oggi. È una cifra cruciale: orienta i prezzi del carbonio e delle politiche climatiche in un’analisi costi-benefici. Il problema è che, finora, il mare restava fuori dal conto.
Integrando le più recenti conoscenze scientifiche sugli oceani nei modelli clima-economici, i ricercatori stimano che gli impatti oceanici valgano da soli circa 48 dollari per tonnellata di CO₂. È un extra da aggiungere alle stime correnti. Se poi si considerano anche i danni che ricadranno sulle generazioni future, la cifra supera i 150 dollari a tonnellata, portando i danni complessivi a quasi il doppio di quelli usati oggi in molte decisioni politiche.
Perché il mare conta
Gli oceani coprono oltre il 70% del Pianeta e sostengono una fetta enorme del nostro benessere: cibo, commercio, protezione delle coste, salute, turismo, valori culturali. Eppure questi benefici – soprattutto quelli non scambiati sul mercato – sono stati largamente ignorati nei modelli economici.
Lo studio colma il vuoto traducendo impatti fisici (riscaldamento, acidificazione, perdita di habitat) in perdite di welfare. Dentro ci sono i danni “classici” – pesca in calo, acquacoltura in difficoltà, porti più vulnerabili – ma anche quelli invisibili: nutrizione, salute, biodiversità, valore ricreativo.
Un dato spiazzante: quasi metà dei danni climatici legati all’oceano passa dalla salute. In molti Paesi, soprattutto isole e Stati a basso reddito, il pesce è una fonte essenziale di proteine e micronutrienti. Quando le scorte diminuiscono, aumentano mortalità e malattie. Costi reali, spesso non contabilizzati.
Coralli e mangrovie
Le barriere coralline emergono come uno dei principali motori delle perdite economiche. Sono estremamente sensibili a temperatura e acidificazione, ma offrono servizi ecosistemici che possono valere centinaia di migliaia – talvolta milioni – di dollari per ettaro: pesca, turismo, protezione costiera, biodiversità.
Lo stesso vale per mangrovie e altri ecosistemi costieri, che funzionano come vere e proprie infrastrutture naturali contro mareggiate e innalzamento del livello del mare. Perderli significa esporsi a danni più frequenti e più costosi. E no, il cemento non è un sostituto equivalente.
I più colpiti
I danni oceanici non colpiscono tutti allo stesso modo. Dove la dipendenza dal mare è maggiore – piccole isole e Paesi più poveri – le perdite di welfare sono enormi. In alcune economie, gli impatti oceanici valgono il 20–30% dei danni climatici totali, amplificando disuguaglianze già profonde.
Se ignoriamo l’oceano, i prezzi del carbonio sono dunque troppo bassi. Oggi nei principali mercati, come quello europeo, si viaggia attorno ai 70–80 euro a tonnellata. Le stime che includono il mare suggeriscono livelli ben più alti, e quindi tagli alle emissioni più rapidi non per ideologia, ma per pura logica economica.
Il punto non è “salvare i pesci” per romanticismo. È riconoscere che la natura sostiene il benessere umano in molti modi diversi e che un clima che cambia sta erodendo queste fondamenta. Perdere una barriera corallina o una foresta di mangrovie non è solo una perdita ambientale: è una perdita secca di benessere per le persone, difficilmente rimpiazzabile con alternative artificiali.
