C’è un filo sottile che lega le nostre abitudini quotidiane alla salute del cervello, ed è molto più concreto di quanto si pensasse. Non riguarda solo quante ore dormiamo, ma quando dormiamo, ci muoviamo, mangiamo, siamo attivi. In altre parole: il ritmo circadiano, l’orologio biologico che scandisce le 24 ore della nostra giornata, potrebbe avere un peso anche sul rischio di sviluppare forme di demenza con l’avanzare dell’età.
Negli ultimi anni la scienza ha iniziato a guardare a questo meccanismo con maggiore attenzione, e i risultati sono tutt’altro che marginali. Un ritmo regolare, ben sincronizzato con l’alternanza naturale tra luce e buio, sembra essere associato a una migliore salute cognitiva nel lungo periodo. Al contrario, un orologio interno sfasato, debole o irregolare potrebbe rappresentare un fattore di rischio in più.
Quando il corpo va fuori tempo
Il ritmo circadiano regola moltissime funzioni: il sonno e la veglia, la produzione di ormoni, la temperatura corporea, il metabolismo, persino l’attenzione e la memoria. Non è un dettaglio, è il direttore d’orchestra. Se il direttore perde il tempo, l’orchestra va in confusione.
Ed è proprio quello che succede quando le giornate diventano disordinate: orari di sonno che cambiano continuamente, poca esposizione alla luce naturale, attività concentrate soprattutto la sera, notti corte e frammentate. Questo tipo di sfasamento, quando diventa cronico, sembra riflettersi anche sul funzionamento del cervello nel lungo periodo.
In particolare, chi ha un picco di attività molto tardivo — chi “si accende” soprattutto nel pomeriggio o di sera — mostra una maggiore vulnerabilità rispetto a chi ha ritmi più mattutini e regolari. Non è una gara a chi si sveglia prima, ma una questione di coerenza biologica.
Il legame con il declino cognitivo
Il punto chiave è che il cervello non si limita a lavorare quando siamo svegli. Durante il sonno, e soprattutto nelle fasi più profonde, attiva sistemi di pulizia e manutenzione fondamentali. Se il sonno è disturbato o fuori fase rispetto al ritmo naturale, questi meccanismi diventano meno efficienti.
Nel tempo, questa inefficienza può favorire l’accumulo di sostanze di scarto e alterare processi delicati come la memoria, l’orientamento, la capacità di concentrazione. Non è una causa diretta e automatica della demenza, ma un tassello che si aggiunge a molti altri: età, genetica, stile di vita, salute cardiovascolare.
Proteggere il ritmo circadiano potrebbe diventare una strategia di prevenzione indiretta, a basso costo e senza effetti collaterali. Esporsi alla luce naturale durante il giorno, mantenere orari di sonno stabili, evitare di concentrare tutta l’attività nelle ore serali, ridurre l’uso di schermi di notte: sono accorgimenti semplici, spesso sottovalutati, che aiutano l’orologio biologico a fare il suo lavoro.
In un’epoca in cui viviamo perennemente fuori tempo massimo — sempre connessi, sempre attivi, sempre in ritardo — il messaggio è quasi controcorrente. Ma è chiaro: prendersi cura del proprio ritmo quotidiano non è solo una questione di benessere immediato. Potrebbe essere anche un investimento sulla salute del cervello.
