20 Marzo 2026
/ 20.03.2026

Materie prime critiche, la partita che decide il futuro dell’Europa

La Cina copre circa il 98% delle terre rare utilizzate in Europa e domina gran parte della lavorazione globale, con quote che per alcune materie superano l’80%. La Turchia fornisce il 98% del borato, il Sudafrica il 71% del platino, mentre il litio arriva per circa il 78% dal Cile

Non fanno rumore come il gas o il petrolio, non aprono i telegiornali e raramente scatenano crisi immediate. Eppure senza di loro la transizione energetica semplicemente non esiste. Litio, cobalto, terre rare, nichel: sono le materie prime critiche e, come evidenzia il mini book Materie Prime Critiche e sicurezza degli approvvigionamenti” pubblicato a febbraio 2026 dalla Fondazione Utilitatis, stanno diventando il vero terreno su cui si gioca la sicurezza economica europea.

Non si tratta di un report tradizionale, ma di un’analisi sintetica che mette a fuoco un punto preciso: la dipendenza dell’Europa non è scomparsa, si è trasformata. Se negli ultimi anni la fragilità era tutta legata all’energia, oggi si sta spostando sui materiali. Con una differenza sostanziale: molte di queste risorse non hanno alternative tecnologiche immediate.

Una fotografia netta

La fotografia tracciata dal mini book è netta. La Cina copre circa il 98% delle terre rare utilizzate in Europa e domina gran parte della lavorazione globale, con quote che per alcune materie superano l’80%. La Turchia fornisce il 98% del borato, il Sudafrica il 71% del platino, mentre il litio arriva per circa il 78% dal Cile. A questi si aggiungono la Repubblica Democratica del Congo, che produce oltre il 70% del cobalto mondiale, e l’Indonesia, che vale più della metà della produzione globale di nichel. Una concentrazione estrema che espone l’Europa a rischi sistemici lungo tutta la catena del valore.

Il nodo centrale non è solo l’estrazione, ma soprattutto la lavorazione. Il mini book insiste su questo punto: il vero potere si esercita nelle fasi di raffinazione e trasformazione, dove la Cina ha costruito un vantaggio decisivo. Raffina circa il 70% del cobalto, oltre il 60% del litio e più dell’80% delle terre rare. Anche quando le materie prime vengono estratte altrove, spesso passano dai suoi impianti prima di arrivare sul mercato.

È qui che la questione diventa geopolitica. Una restrizione all’export, una crisi diplomatica o un’interruzione logistica possono bloccare intere filiere industriali. Batterie, rinnovabili, elettronica, difesa: tutto dipende da questi materiali. E secondo le stime richiamate nell’analisi, la domanda globale di minerali critici per le tecnologie pulite potrebbe quadruplicare entro il 2040, con il litio destinato a crescere fino a 40 volte rispetto ai livelli attuali.

Il Critical Raw Materials Act

La risposta europea è arrivata con il Critical Raw Materials Act, approvato nel 2024 e richiamato nel documento come passaggio chiave. Il regolamento segna un cambio di paradigma: le materie prime diventano un tema di sicurezza economica. L’Unione ha fissato obiettivi precisi per il 2030: almeno il 10% dell’estrazione dovrà avvenire in Europa, il 40% della lavorazione dovrà essere interna e il 25% del fabbisogno dovrà essere coperto dal riciclo. Inoltre, nessun Paese terzo potrà superare il 65% delle forniture di una singola materia strategica.

Il problema è che la domanda globale corre molto più veloce delle soluzioni. Gli investimenti nei minerali critici sono cresciuti del 20% nel 2021 e di un ulteriore 30% nel 2022, trainati soprattutto da Stati Uniti, Cina e grandi economie emergenti. L’Europa, al contrario, rischia di arrivare in ritardo in una partita che si sta giocando adesso.

Aprire nuove miniere non è una scorciatoia

Aprire nuove miniere non è una scorciatoia. Servono in media tra i 10 e i 15 anni per portare un progetto in produzione, tra autorizzazioni, valutazioni ambientali e costruzione degli impianti. E anche quando le risorse esistono, non sempre hanno la qualità richiesta dalle applicazioni più avanzate. Il risultato è una pressione crescente sui prezzi e sulla competitività industriale.

Per questo il mini book della Fondazione Utilitatis insiste su una leva spesso sottovalutata: l’economia circolare. Oggi meno del 5% delle terre rare viene riciclato a livello globale e, per molti materiali critici, i tassi di recupero restano sotto il 10%. Eppure il cosiddetto urban mining rappresenta un giacimento già disponibile. Rifiuti elettronici, batterie esauste, veicoli e infrastrutture contengono quantità rilevanti di metalli strategici che potrebbero essere recuperati.

L’Europa punta a coprire almeno un quarto del proprio fabbisogno attraverso il riciclo entro il 2030. Non è solo una scelta ambientale, ma una strategia industriale per ridurre la dipendenza e rafforzare la resilienza delle filiere.

Il quadro che emerge dall’analisi è chiaro: le materie prime critiche sono diventate una leva di potere globale. Sempre più Paesi proteggono le proprie risorse, limitano le esportazioni e investono nella lavorazione per salire nella catena del valore. In questo scenario, l’Europa è chiamata a costruire una maggiore autonomia senza inseguire l’autosufficienza. Diversificare i partner, rafforzare l’industria e accelerare sul riciclo sono le direttrici principali.

CONDIVIDI

Continua a leggere