La Commissione europea rivendica di aver messo in campo una strategia solida per garantire all’Unione l’accesso alle materie prime critiche necessarie alla transizione energetica, ma il giudizio della Corte dei conti europea resta netto: il percorso è tracciato, le fondamenta no. E il tempo, con il 2030 che si avvicina, non gioca a favore.
La Commissione: “Passi avanti concreti e visione strategica“
Nella sua risposta ufficiale alla relazione speciale della Corte dei conti, la Commissione difende l’impianto complessivo della politica europea sulle materie prime critiche, definendola un tassello centrale del Green Deal e della competitività industriale dell’Unione. Bruxelles sottolinea l’adozione del regolamento sulle materie prime critiche come punto di svolta: un quadro normativo che punta a ridurre le dipendenze esterne, rafforzare l’approvvigionamento interno, incentivare il riciclo e sostenere progetti strategici lungo l’intera catena del valore.
La Commissione riconosce alcune criticità – in particolare sulla qualità dei dati, sulla frammentazione dei finanziamenti e sulle difficoltà autorizzative – ma le inquadra come problemi in via di risoluzione. Miglioramento della raccolta dati, affinamento delle metodologie, strumenti finanziari più innovativi e partenariati internazionali più mirati sono, secondo Bruxelles, la risposta già in corso.
La Corte dei conti: “Obiettivi poco giustificati e risultati incerti“
Il quadro tracciato dalla Corte dei conti europea è decisamente meno indulgente. Nella relazione speciale 04/2026, i revisori riconoscono che l’UE ha finalmente dato una direzione politica chiara, ma mettono in evidenza che tale strategia poggia su basi incomplete e, in alcuni casi, fragili.
Il punto centrale è la mancanza di solidità dei dati e delle proiezioni. Gli elenchi delle materie prime critiche e strategiche sono giudicati strumenti utili, ma costruiti su informazioni spesso obsolete, lacunose e metodologicamente deboli. Ancora più severo il giudizio sui valori-obiettivo fissati per il 2030: indicano una direzione, ma non sono adeguatamente giustificati né collegati in modo chiaro agli obiettivi climatici ed energetici dell’Unione.
Dipendenza esterna e diversificazione: promesse più che risultati
Un altro nodo critico riguarda la diversificazione delle importazioni. La Commissione rivendica accordi commerciali, partenariati strategici e iniziative diplomatiche rafforzate. La Corte, però, osserva che questi sforzi non hanno ancora prodotto risultati tangibili in termini di sicurezza dell’approvvigionamento. In molti casi manca un monitoraggio effettivo degli impatti reali e i partenariati restano più dichiarazioni di intenti che strumenti operativi.
La dipendenza da singoli Paesi extra-UE rimane elevata per numerose materie chiave, dalla grafite al magnesio, passando per le terre rare. Un dato che, secondo la Corte, espone l’Unione a rischi geopolitici tutt’altro che teorici.
Produzione interna e riciclo: il potenziale c’è, ma resta inespresso
Sulla produzione interna e sul riciclaggio il confronto è ancora più evidente. Bruxelles parla di potenziale in crescita e di nuove opportunità industriali; la Corte segnala strozzature finanziarie, normative e amministrative che continuano a rallentare l’avvio dei progetti. Le autorizzazioni restano lente e complesse, il finanziamento dell’estrazione e della trasformazione è ancora insufficiente e il riciclo, pur evocato come pilastro strategico, non è sostenuto da obiettivi vincolanti per tutte le materie prime critiche.
Una convergenza solo apparente
Commissione e Corte convergono su un punto: le materie prime critiche sono una questione strategica per il futuro dell’Europa. Ma divergono nettamente sullo stato dell’arte. Per Bruxelles, la macchina è avviata e va lasciata lavorare. Per la Corte dei conti, senza dati solidi, obiettivi credibili e risultati misurabili, il rischio è quello di una strategia ambiziosa sulla carta ma incapace di garantire davvero l’autonomia strategica dell’Unione entro il 2030.
