Le microplastiche non sono più soltanto un problema degli oceani o delle spiagge. Oggi sappiamo che queste particelle invisibili sono entrate stabilmente nella catena alimentare e, di conseguenza, nelle nostre cucine. Un rapporto di Greenpeace International, basato su una revisione e analisi di studi scientifici già pubblicati su riviste peer-reviewed, accende i riflettori su un aspetto inquietante: il rilascio di micro e nanoplastiche dai contenitori alimentari quando vengono riscaldati.
Milioni di persone consumano ogni giorno piatti pronti confezionati in vaschette di plastica, spesso riscaldati direttamente nel microonde o nel forno tradizionale. Quelle confezioni, etichettate come “adatte al microonde”, sono percepite come sicure. Tuttavia, una revisione di numerosi studi scientifici mostra che il calore può favorire il rilascio di un numero elevato di micro e nanoplasticheche finiscono direttamente nel cibo. La normativa infatti si concentra soprattutto sulla migrazione di sostanze chimiche, mentre il rilascio di micro e nanoplastiche è ancora oggetto di dibattito scientifico.
In gioco quantità significative
Secondo il rapporto le quantità rilevate nei test di laboratorio sono significative: dopo pochi minuti di riscaldamento, i contenitori possono rilasciare un numero elevatissimo di frammenti plastici, in alcuni casi molto superiore rispetto alla semplice conservazione a temperatura ambiente. Si tratta di particelle così piccole da non essere visibili a occhio nudo, ma abbastanza minute da poter essere ingerite e, potenzialmente, attraversare le barriere biologiche del nostro organismo.
Il problema non è soltanto fisico, ma anche chimico. Le plastiche destinate al contatto alimentare contengono sostanze aggiunte durante il processo produttivo: plastificanti, stabilizzanti, coloranti, ritardanti di fiamma. Molte di queste sostanze – denuncia Greenpeace – sono poco studiate o non adeguatamente regolamentate. Tra le più discusse compaiono composti associati a interferenze endocrine, alterazioni del metabolismo e possibili effetti sul sistema riproduttivo. Alcune ricerche hanno inoltre individuato tracce di componenti della plastica nel sangue e nei tessuti umani, segno che l’esposizione è ormai diffusa.
Un mercato in espansione
Il consumo crescente di pasti pronti amplifica la portata del fenomeno. Il mercato globale dei cibi confezionati vale centinaia di miliardi di dollari e continua a espandersi, sostenuto da ritmi di vita frenetici e dall’esigenza di soluzioni rapide. Questo significa che una quota sempre maggiore della popolazione è esposta in modo regolare a imballaggi plastici sottoposti a riscaldamento.
Le microplastiche, peraltro, non arrivano nel piatto solo dai contenitori. Sono già presenti nell’ambiente: nei mari, nei suoli agricoli, nell’acqua potabile. Pesci e frutti di mare possono ingerirle, così come le colture possono assorbirle attraverso terreni contaminati. Il risultato è una esposizione multipla e cumulativa che rende difficile stabilire con precisione la quantità totale assunta da ciascuno di noi.
Secondo Greenpeace, il nodo centrale è normativo. Le etichette che indicano l’idoneità al microonde non sempre tengono conto del rilascio di particelle su scala microscopica. La regolamentazione attuale si concentra spesso su limiti di migrazione di specifiche sostanze chimiche, ma non affronta in modo sistematico il problema delle micro e nanoplastiche come tali. In questo scenario, l’organizzazione chiede regole più stringenti e un’applicazione concreta del principio di precauzione, anche nei negoziati internazionali promossi dalle United Nations per un trattato globale sulla plastica.
Come ridurre il rischio
Nel quotidiano, alcune scelte possono ridurre l’esposizione: trasferire il cibo in contenitori di vetro o ceramica prima di riscaldarlo, preferire alimenti freschi e poco confezionati, limitare l’uso di imballaggi monouso. Sono gesti semplici che, moltiplicati su larga scala, possono incidere sia sulla salute individuale sia sulla quantità di plastica immessa nell’ambiente.
La questione delle microplastiche nel cibo rappresenta una delle sfide più complesse della contemporaneità. Comprendere il fenomeno è il primo passo per ridurne l’impatto. Perché ciò che portiamo in tavola dovrebbe nutrirci, non esporci a rischi evitabili.
