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Cultura, Spettacolo

Nel labirinto di Christopher Nolan

18.03.2024

Spazio, tempo e mente umana, muri attraverso i quali “Nolan lo scrittore” osa sfidare “Nola il regista”, che vive una professione osteggiata dal proprio genio.

Nel 1998, mentre nelle sale cinematografiche uscivano film come The Truman Show, Salvate il soldato Ryan, Il grande Lebowski, un giovane di nome Christopher Nolan scriveva e girava il suo primo film: era un lungometraggio in bianco e nero, autoprodotto, registrato a Londra e low budget, si chiamava Following. Secondo qualcuno, questo esordio ha in nuce tutti, o quasi, i tratti peculiari del far cinema di Nolan, che nel 2024, ossia il suo ventiseiesimo anno di carriera, vince l’Oscar come Miglior regista per il film Oppenheimer (2023), che, nel complesso, di premi Oscar ne ha vinti sette. Nolan piace tanto, ogni suo film, che si tratti di un adattamento o di una nuova scrittura, è un successo, questo è un dato oggettivo e il merito non è mai da attribuire a un solo elemento, perché sa lavorare in modo geniale su diversi aspetti di una struttura cinematografica.

Un’associazione spesso immediata è quella tra il cinema di Christopher Nolan e la manipolazione della dimensione spazio-temporale della realtà: fin da Memento (2000) e Insomnia (2002), proseguendo con Inception (2012) e Interstellar (2014), Nolan realizza delle storie in cui il tempo fa fatica a rispettare la sua linearità. Come più volte ha dichiarato, durante l’iniziale processo creativo di scrittura per lui avviene una sorta di scissione tra il suo ruolo di scrittore e quello di regista, perché nella scrittura non ci sono limiti e tutto ciò che si pensa, impossibile per quanto possa sembrare, può esistere. Rimessi i panni del regista, la sfida diventa trovare un modo per portare sul set cinematografico tutte quelle idee e renderle di fatto possibili.

Tuttavia, anche quando si tratta di indagare la mente umana, e non solo i principi di spazio e tempo, Nolan da prova del suo genio. I suoi protagonisti sono spesso tormentati e angosciati, in lotta con sé stessi e con i propri traumi, vittime di autoinganni e, come nelle migliori narrazioni postmoderne, sfuggono alle tradizionali etichette narratologiche. L’ultimo film, Oppenheimer, è un adattamento del romanzo American Prometheus di Kai Bird e Martin J. Sherwin. Nolan è rimasto molto fedele alla storia e, nonostante il film offra tanti spunti di riflessione, è evidente la cura che il regista ha avuto nel restituire sullo schermo il conflitto interiore di Robert Oppenheimer: a Nolan interessa che il pubblico si senta coinvolto nella storia dell’uomo definito “padre” della bomba atomica.

Il confine è labile, Oppenheimer non è né solo l’eroe né solo l’antagonista, è un antieroe dalla dubbia moralità e tutto nel film (il piano sonoro, gli effetti visivi, i primi piani, etc.) può diventare una lente di ingrandimento per analizzare il punto di vista dello scienziato protagonista. Lo scavo psicologico è una scelta tipica di Nolan e si rivela vincente anche in un altro caso in cui si trova a lavorare con personaggi non di sua invenzione. Quando nel 2008 arriva nelle sale The Dark Knight – secondo atto della trilogia composta anche da Batman Begins (2005) e The Dark Knight Rises (2012) – Batman e Joker vestono dei panni molto diversi rispetto a quelli tradizionali, più realistici e umanamente inquietanti. Per scrivere la sua versione della storia sull’eroe DC, Nolan, ispiratosi chiaramente alla graphic novel “The Killing Joke” (DC, 1988), mette in scena non più l’iconico eroe ma un uomo che dubita delle proprie intenzioni e della propria personalità, cupo e inquieto. Si trova a combattere contro un nemico, il folle Joker, che, narrando le proprie origini, toglie la maschera del mostro e indossa quella di un uomo a cui sono successe cose terribili, e scopriamo che all’origine della sua folle crudeltà c’è il dolore e un trauma. Tutto diventa molto più relativo, è difficile attribuire ruoli specifici e inequivocabili, e così l’eroe e la sua nemesi si confondono.

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