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Cronaca, Sport

Nell’era Pogacar, manca l’accoppiata

28.05.2024

Famelico come Merckx, perfezionista come Hinault, ha la classe di Anquetil e spietato come Pantani, meno a Oropa dove impera ancora il Pirata nonostante preparazione e bicicletta migliori, Pogacar vince il giro e si prepara all’accoppiata per mettere il giallo sopra il rosa.

Che Tadej “Taddeo” Pogacar fosse predestinato a conquistare il Giro d’Italia numero 107 era scritto sui sacri testi del buon senso, dal momento in cui lo sloveno sciolse le riserve circa il proprio debutto nella corsa rosa. La galoppata alle Strade Bianche (81 km in solitudine sugli sterri e sulle crete senesi) propedeutica all’incursione alla Liegi-Bastogne-Liegi (34,5 km di fuga da La Redoute al traguardo in riva alla Mosa) in una domenica dal meteo ammattito, ne confermarono la caratura stagionale di corridore capace di trasformarsi in campione al di sopra delle righe: dunque in grado di centrare gli obiettivi stagionali individuati nel corso dell’inverno.

Con il Giro in saccoccia, Pogacar può guardare all’accoppiata con il Tour de France che riuscì – ad alcuni anche più volte – soltanto a sette giganti della strada da Fausto Coppi (2 volte) a Marco Pantani passando per Jacques Anquetil (2), Eddy Merckx (4), Bernard Hinault (3), Stephen Roche e Miguel Indurain (2). Accoppiata che manca al panorama sportivo dai tempi del Pirata (1998), più di un quarto di secolo: un’eternità. Tadej può mettere il giallo sopra il rosa perché la concorrenza è meno forte che in passato e perché – pur dominandolo – al Giro ha speso il minimo indispensabile a Oropa (dove non ha battuto il tempo di Pantani, nonostante preparazione e bicicletta migliori), negli ultimi 6 km della crono di Perugia, in Abruzzo, dal Foscagno a Livigno e sul doppio Monte Grappa, dove ha premiato il proprio popolo venuto dalla Slovenia con un inchino e quel ragazzino di 12 anni (Mattia) al quale ha “girato” la borraccia ricevuta dal massaggiatore. Pogacar vanta già 2 Tour e 6 Classiche Monumento. È famelico come Merckx. È perfezionista come Hinault. Ha la classe di Anquetil. È spietato come Pantani, pur rivelandosi come dispensatore seriale di omaggi plateali a tifosi e meno vistosamente anche nei confronti di qualche “avversario” trovato per strada e rivelatosi utile nell’economia del controllo della sfida da Torino (Venaria) a Roma.

Il suo stampo di cavalier gentile, in attesa di altre consacrazioni agonistiche e di prove contrarie, ci suggerisce di copiare una delle ultime intuizioni giornalistiche di Gino Palumbo che, già sotto la spada di Damocle di un male incurabile, prima di abbandonare la scena terrestre e di lasciare il timone a Candido Cannavò, ebbe l’idea di ribattezzare un irlandese despota del momento da “Stephen” in “Stefano”. Quel dominatore del Giro era Roche, vincitore anche del braccio di ferro con il compagno di squadra Roberto Visentini. La Gazzetta, per tramite di Palumbo, lo adottò strada facendo da Sappada (montagna del “tradimento”) ad Aosta: “chiamiamolo Stefano”. Servì anche a stemperare il facile odio per lo straniero che piegava il corridore indigeno. Ebbe ragione. E allora, questo Tadej al quale tutto riesce facile che s’è impossessato di sei tappe e della maglia rosa finale, chiamiamolo “Taddeo”. Magari tra qualche settimana aggiungeremo un accento alla “é” inventandosi pure “Taddéo”.

Credito fotografico: giroditalia.it

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