La realtà è spesso diversa da come viene raccontata. L’annuncio della premier di voler realizzare 100 mila nuove case a prezzo calmierato entro dieci anni atterra su un Paese in cui il disagio abitativo è in crescita, l’impermeabilizzazione raggiunge livelli inediti nonostante il calo demografico (secondo l’Ispra, circa il 7,16% del territorio nazionale è ormai irreversibilmente urbanizzato), il patrimonio edilizio esistente è tra i più energivori d’Europa e i processi integrati di rigenerazione urbana da decenni subiscono tagli e disinvestimenti. Mentre si promettono nuove costruzioni, oltre il 65% degli edifici italiani è in classe energetica E, F o G (cioè in fondo alla classifica), milioni di famiglie vivono in case inefficienti e costose da mantenere e le città affrontano un mix di solitudine abitativa, precarietà esistenziale, affitti insostenibili per il blocco dei salari, gentrification e overtourism. La dicotomia tra annunci e quotidianità è evidente: senza una strategia integrata a medio-lungotermine di riqualificazione profonda e diffusa, il nuovo costruito rischia di aggiungersi al vecchio senza risolverne le criticità strutturali.
Questa fotografia disarmante è ulteriormente allargata dal grandangolo dell’indagine Nomisma per Cna, secondo cui la domanda di efficienza è già matura: il 54% delle famiglie intende riqualificare la propria abitazione nei prossimi tre anni, spinta dal peso delle bollette che oggi mette in difficoltà il 9% dei nuclei, ma 4,7 milioni di famiglie non dispongono delle risorse necessarie. La detrazione al 50%, confermata nella nuova legge di bilancio, evita un crollo della domanda, ma non offrela stabilità necessaria: il settore sembra destinato a chiudere il 2025 con un calo del 3% di fatturato e ordini.
La paralisi del Fondo nazionale per l’efficienza energetica
In questo scenario instabile, la paralisi del Fondo nazionale per l’efficienza energetica è molto grave. La Corte dei Conti, infatti, ha certificato che, a fronte di 284,8 milioni disponibili, solo 18,4 milioni sono stati mobilitati, mentre la sezione garanzie – oltre 77 milioni – non è mai entrata in funzione. Il mancato aggiornamento del decreto del 2017 e lo scontro tra Mase e Mef hanno reso lo strumento inoperativo, con un contributo reale di riduzione dei consumi finali di energia, in coerenza con il Pniec, di appena 4.000 Tep, invece dei 700.000 previsti. Un fallimento che pesa sulle imprese e soprattutto sulle famiglie più fragili che avrebbero bisogno proprio di garanzie e credito agevolato per accedere alla riqualificazione.
Il ritardo nel recepimento della Direttiva “Case Green” aggrava, poi, in modo significativo un quadro già fragile. Senza il Piano nazionale delle Ristrutturazioni, non ancora presentato dal Governo, famiglie e imprese restano prive di una cornice programmatoria essenziale per pianificare investimenti, interventi e accesso al credito. Ogni mese di ritardo significa perdere competitività industriale, rallentare lo sviluppo tecnologico e lasciare il Paese indietro mentre l’Europa accelera su standard minimi di prestazione energetica, digitalizzazione degli edifici, integrazione delle rinnovabili e modelli distrettuali avanzati come i Positive Energy District.
La Direttiva non è un vincolo burocratico: è uno strumento di modernizzazione che prepara il sistema edilizio all’arrivo dell’Ets2, il nuovo mercato europeo del carbonio che dal 2028 renderà più costoso inquinare nei settori dell’edilizia e dei trasporti. Ritardarne l’attuazione, pertanto, significa esporre famiglie e imprese a costi della CO₂ più elevati, generare lock‑in tecnologici, accelerare la perdita di valore immobiliare e impedire la programmazione di interventi strutturali a medio-lungo termine.
Le politiche non tengono il passo della tecnologia
La poca chiarezza e lungimiranza italiana si inserisce, però, in una tendenza globale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia segnala che, nonostante l’impegno assunto alla Cop28 di raddoppiare il tasso annuo di miglioramento dell’efficienza al 4%, dal 2019 il progresso reale è fermo all’1,3%, con una previsione dell’1,8% per il 2025. Le politiche non tengono il passo della tecnologia, la domanda energetica cresce nei settori più difficili da decarbonizzare (come quello industriale) e la diffusione di climatizzatori inefficienti per il raffrescamento aumenta i consumi.
L’Italia, pur disponendo di tecnologie mature e modelli innovativi – pompe di calore, fotovoltaico, storage, domotica, Lca, comunità energetiche – non riesce a trasformare questo potenziale in una strategia sistemica. Il report Nomisma–Cna indica la direzione: incentivi stabili per 5–10 anni, con aliquote non inferiori al 50% e meccanismi premiali per gli interventi più performanti; progressività delle detrazioni per sostenere i redditi medio-bassi; reintroduzione della cessione del credito; un ruolo più attivo del sistema bancario con mutui green, prestiti ponte e linee di credito calibrate sull’efficientamento atteso.
A ciò si aggiunge, inoltre, la necessità di dispositivi moderni come gli Energy Performance Contract (Epc) che consentono sia di finanziare gli interventi attraverso i risparmi generati, sia di supportare modelli territoriali avanzati: la nuova frontiera delle comunità energetiche sono capaci i servizi di flessibilità che permettono di “dialogare” con la rete, nonché di prevedere piattaforme digitali per la gestione intelligente degli edifici, insieme a sistemi di monitoraggio e controllo predittivo.
Il vero crocevia
In conclusione, la casa è oggi il vero crocevia tra energia, economia e giustizia sociale. Continuare a costruire nuovi edifici senza rigenerare l’esistente, anche mediante la demolizione selettiva di stock particolarmente degradati, minimizzando l’opportunità della riqualificazione funzionale di beni sottoutilizzati, significa ignorare la realtà materiale e sociale del Paese e rinunciare a una delle leve più potenti per ridurre disuguaglianze, consumi e vulnerabilità.
Se l’Italia vuole affrontare davvero il disagio abitativo, deve assumere la riqualificazione profonda come priorità nazionale: attraverso la tecnologia della prefabbricazione ad alta ingegnerizzazione e mediante l’ausilio delle più flessibili tecnologie digitali oggi disponibili, si possono rendere gli edifici efficienti, salubri, accessibili e integrati nelle reti energetiche del futuro.
La transizione energetica non è un costo da contenere, ma il più importante e intelligente investimento del nostro tempo, per abilitare realmente un’infrastruttura sociale strategica che crea valore, lavoro qualificato, sicurezza energetica e competitività industriale. Ogni ritardo non è neutrale: erode capitale economico, impoverisce il patrimonio immobiliare, aumenta la spesa delle famiglie e indebolisce la capacità del Paese di disegnare e governare il proprio futuro.
