“E’ arrivato il tempo di agire. Costi quel che costi. Perché la crisi climatica non è un’ombra lontana, è qui, adesso. E chi vive nella parte ricca del mondo non può fingere di non vedere”.
Non ha dubbi Piero Malenotti, sociologo e giornalista impegnato su temi ambientali, all’esordio come scrittore, con Per l’ultima goccia, un romanzo dal passo lento, che precipita in un finale sorprendente e inatteso. E non sceglie futuri distopici né mondi apocalittici per raccontare la parabola del protagonista Valerio Lupi, un ingegnere minerario appassionato del suo lavoro, che arriva in Africa per dirigere l’ennesima missione per la costruzione di una piattaforma petrolifera offshore. Ma radica la sua storia nel presente, nella realtà di un mondo che conosciamo e che troppo spesso preferiamo non vedere.
A fare da cornice c’è un luogo bellissimo, immaginario ma verosimile, che scopriamo seguendo in soggettiva il protagonista nel suo peregrinare tra i vicoli della medina della piccola città, dove sceglie di abitare per l’intera durata della missione.
El Amal non esiste sulle mappe, ma accende immediatamente nel lettore la memoria vivida del Marocco atlantico, tra mercati palpitanti di vita e profumati di spezie, portoni intarsiati con motivi andalusi, decorazioni di piastrelle che ricordano le azulejos portoghesi e i muri dipinti d’azzurro.
Perché El Amal, che in arabo significa speranza, è una sintesi di un paese e di una cultura: luoghi progettati con armonia, all’opposto delle periferie moderne, dove le donne, soprattutto nei villaggi più interni, sono ancora vittime di una cultura patriarcale, e con un’economia basata fondamentalmente sulla pesca e su uno sviluppo recente legato al turismo e al surf. Un mondo in bilico tra modernità e tradizione, dove la bellezza dei paesaggi e la ricchezza culturale si scontrano con la brutalità di un sistema economico che antepone il profitto alla vita delle persone.
E’ quello che scopre Valerio, man mano che si lascia coinvolgere e si apre alla vita della comunità di pescatori e pastori, che presto dovranno fare i conti con il nuovo impianto di estrazione in mezzo al mare e una nuova area industriale, che sottrarrà terreni al pascolo, particolarmente preziosi in un’area siccitosa.
Ed è così che, in un progressivo risveglio di coscienza, Valerio inizia a percepire, proprio nella passione per il suo lavoro, la contraddizione tra un’economia basata sugli idrocarburi e le ragioni di un territorio sempre più caldo e arido, dove l’Occidente si muove ancora da colonizzatore, spogliandolo delle risorse e inquinandolo. Fino a quando il suo sguardo diventa quello della comunità e allora basterà un tragico evento a innescare, per lui, un punto di non ritorno.
E il mite professionista si trasforma compiendo un atto estremo, che nasce però dall’empatia, dall’amicizia e dall’amore. Un gesto che spiazza il lettore, ma nel quale, più che la legittimazione della violenza e l’indicazione di una strada da percorrere, ci piace piuttosto leggere una provocazione, un monito che scuote e interroga, e che si regge sulla sintesi immaginifica e sulla forza che sono proprie del linguaggio dell’arte. Il gesto di Valerio diventa una metafora potente, un invito a ingaggiarci contro un modello di sviluppo iniquo che alla lunga pagheremo tutti che ci piaccia o no.