Negli studi di neuroscienze la solitudine viene descritta come una condizione che modifica il funzionamento del corpo. Cambia i livelli di stress, altera i processi infiammatori, incide sulla capacità di recupero dopo un ictus o un infarto. È da qui che partono le ricerche condotte dal neuroscienziato Ben Rein, e raccontate in una recente intervista al Guardian.
Rein lavora da anni su un tema che oggi appare sempre meno marginale: cosa succede al cervello quando le relazioni si diradano. Le risposte che emergono dalla letteratura scientifica sono coerenti e, per certi versi, difficili da ignorare. L’isolamento sociale produce effetti misurabili.
Lo stress che resta acceso
Una parte delle evidenze più chiare arriva dagli studi sugli animali. In esperimenti in cui a gruppi di topi vengono indotti ictus identici, gli esemplari che vivono isolati mostrano esiti peggiori: più danni cerebrali, minore capacità di recupero, una mortalità più alta. La differenza non dipende dal tipo di lesione, ma dal contesto sociale.
Secondo Rein, l’isolamento attiva una risposta di stress profonda, legata a un meccanismo evolutivo antico. Essere soli, per una specie sociale, è un segnale di pericolo. Il corpo reagisce rilasciando cortisolo, preparandosi a una minaccia. Il problema nasce quando questa condizione si prolunga. Lo stress diventa cronico e il cortisolo perde la sua capacità di modulare l’infiammazione, che tende ad accumularsi.
Gli effetti sull’uomo
Negli esseri umani il quadro non è diverso. Una meta-analisi pubblicata su PLoS Medicine ha mostrato che la debolezza delle relazioni sociali aumenta il rischio di mortalità di circa il 50%, un impatto paragonabile a quello di fattori di rischio noti come il fumo. Altri studi indicano che le persone che vivono sole dopo un infarto hanno probabilità di morte più alte nei tre anni successivi rispetto a chi vive con altri.
Nel caso dell’ictus, il supporto emotivo gioca un ruolo rilevante. Una ricerca longitudinale ha evidenziato che i pazienti che riportano alti livelli di sostegno emotivo mostrano miglioramenti funzionali più marcati nel tempo, anche partendo da condizioni iniziali peggiori.
Il ruolo della relazione
Una delle chiavi di lettura proposte da Rein riguarda l’ossitocina. Durante le interazioni sociali, il cervello rilascia questo ormone, che ha effetti antinfiammatori, riduce lo stress e favorisce i processi di guarigione. Non si tratta solo di benessere percepito.
Uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology ha mostrato che le persone sposate presentano tassi di sopravvivenza al cancro più elevati. La relazione stabile, in questo contesto, non è una variabile affettiva, ma biologica.
L’ossitocina attiva inoltre dopamina e serotonina, sostanze coinvolte nella motivazione e nella regolazione dell’umore. È un circuito che rende la relazione gratificante, ma soprattutto funzionale alla sopravvivenza.
Perché ci isoliamo
Resta una domanda aperta: se la relazione fa così bene, perché tendiamo a evitarla? Le ricerche psicologiche mostrano che gli esseri umani sono poco accurati nel prevedere quanto apprezzeranno un’interazione sociale. Sottovalutano le proprie capacità relazionali e quanto piaceranno agli altri, un fenomeno noto come “divario di gradimento”.
A questo si aggiunge una cautela antica, legata alla necessità, nelle società preistoriche, di non compromettere il legame con il proprio gruppo familiare. Oggi quella prudenza si traduce spesso in ansia sociale e ritiro.
Il limite del digitale
Le interazioni online hanno ampliato le possibilità di contatto, ma non attivano pienamente i sistemi cerebrali della socialità. Mancano segnali fondamentali come il linguaggio del corpo, il contatto visivo continuo, le micro-espressioni. Secondo Rein, questa carenza rende più difficile interpretare le emozioni altrui e contribuisce all’aumento di conflitti e ostilità negli spazi digitali.
Non è un dettaglio che alcuni studi abbiano mostrato come anche le emoji attivino risposte neurali simili a quelle dei volti umani reali. È un segnale di quanto il cervello cerchi riferimenti sociali, anche in forma ridotta.
Un tema che riguarda tutti
Ridurre la solitudine a una questione individuale rischia di essere fuorviante. Le evidenze neuroscientifiche mostrano che l’isolamento incide sulla salute e sulla capacità di recupero, con effetti che si riflettono anche sul piano collettivo.
Il cervello umano, suggeriscono questi studi, non è progettato per funzionare in assenza di relazioni. Cambia assetto, chimica, risposta allo stress. Prendere sul serio questi dati significa riconoscere che la connessione è una condizione che tiene insieme salute, comunità e resilienza sociale.
